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Codeine – Incedere per sottrazione

23 gennaio 2012

Quello che segue è stato il mio primo articolo monografico di musica in assoluto. Fu pubblicato – non mi ricordo con precisione, ma un bel po’ di anni fa – su Movimenta.com.
Sono andato a ricercarlo in un vecchio hard disk non appena è uscita la notizia della reunion dei Codeine – che saranno prossimamente in concerto all’ATP – I’ll Be Your Mirror a maggio e al Primavera Sound (sia a Barcellona sia a Porto) a giugno. Appuntamenti (almeno uno di questi) imperdibili per me: con i Codeine è stato amore a primo ascolto.
All’inizio ho pensato di rimettere le mani sull’articolo, che rileggendolo con un po’ di vergogna (specialmente per la chiusa) ho trovato ingenuità ed eccessi… Ma alla fine ho deciso di lasciarlo così com’era… non avrebbe avuto senso altrimenti. Per me.

INCEDERE PER SOTTRAZIONE

 “…In a kingdom SO PURE…” *
* tratto da Gravel bed in Frigide stars

Forse i Codeine l’hanno realmente trovato quel regno così puro, o forse questo è ciò che ci piace immaginare visto il vuoto che hanno lasciato con il loro non-congedo ufficiale. Allo stesso modo in cui sono arrivati, così velocemente quanto inaspettatamente si sono smaterializzati , a dispetto di quella lentezza che invece così tanto ha caratterizzato il loro suono.
Proprio la loro musica, definita da molti come madre dello slow-core o del più persuasivo sad-core, con il suo lento incedere è sempre stata tesa proprio verso la purezza, la quale, elusiva per natura, dando l’impressione di celarsi dietro ogni accordo, ha finito invece per diventare vana utopia dipingendo tutto con tonalità drammatiche. Così il prodotto finale risulta essere quasi un ribaltamento del concetto classico di purezza: il suono non è bianco ma grigio, il cantato non è celestiale ma sofferto.
Questa innovativa band prende le mosse proprio da quel post-punk in auge nei primi anni Novanta ridefinendone canoni e coordinate: ciò che nei gruppi in voga in quegl’anni trovava scalpore nella velocità, nel ritmo, con i Codeine viene annullato, esorcizzato, sottratto. Viene così elargito spessore alla cadenza, ogni accordo risulta essere un’implosione, una deflagrazione micidiale rivolta verso l’interno, il loro è un incedere per sottrazione, non è più l’impatto immediato a essere cercato, quanto invece il dilatarsi dei confini. È il silenzio che evidenzia il rumore; è ciò che sta nel mezzo, la pausa, l’arpeggio accennato, il dilatarsi di una nota di basso, che rende gloria all’esplosione di suono a venire. Questo è ciò che viene ossessivamente ricercato dal trio. E dobbiamo ammettere, a onore del vero, che i Codeine hanno fatto centro. Ogni loro ascolto diventa dolorosa esperienza privata, che, a dispetto del nome della band (codeina: alcaloide dell’oppio), non calma i sensi, ma dona loro cupa percezione del mondo.
Con Frigid stars, nel ’91 il gruppo muove i suoi primi passi in una Chicago assordata dalle ritmiche pulsanti del post-punk e dall’eco distorto che si propaga inesorabilmente per tutto il globo dalla piovosa Seattle. Ma, grazie anche al lavoro svolto in parallelo dagli Slint, il battesimo dei nostri è tutt’altro che anonimo. Anzi proprio il contratto discografico sfuggito all’ultimo momento con la Glitterhouse, apre loro la strada alla poco più prestigiosa etichetta indipendente Sub pop, che proprio in quello stesso anno toccava il proprio apice grazie a un band chiamata Nirvana.

Ossimoro sonoro
D, la canzone che apre l’album, palesa fin da subito l’attitudine dei Codeine: tristezza, malinconia, disperazione, adottate come nuovi canoni del rock indipendente sui quali intessere veementi accordi cadenzati, sorretti soltanto da una sommessa voce dolente, fino a giungere a un crescendo sonico-rumoristico nel quale mai il cantato abbandona il suo flebile procedere. Ecco così come in questa canzone sia sintetizzata la cifra stilistica della band: combinazione micidiale di deflagrazione sonica e catatonia, aggressività ed essenzialità, dissonanza e improvvisa calma. Ovviamente non manca la dolcezza, quella componente essenziale in grado di sollevare i nostri cuori dal grigiore diffuso. Infatti una canzone come New year’s riesce a donare luce ai nostri occhi: una sorta di sbilenca ballata che scaturisce da una morbidezza del suono unica dei Codeine. Ecco qui l’ossimoro sonoro: compresenza di ruvido rumore e silenziosa morbidezza; componenti che mai abbandoneranno il suono della band, ma che anzi ogni singola canzone non può prescindere da nessuna delle due. La sesta canzone, Cave in, sancisce l’apoteosi dell’album: un sommesso cantato accompagnato solo da un essenziale arpeggio chitarristico, sono il preludio di una inquietante esplosione a venire nella quale la voce tenta di inserirsi con un tono tanto melodico quanto sofferto, anelando ad una rassegnazione serena per una mancanza irreversibile. Ma di questa canzone ciò che colpisce allo stomaco prima che al cuore è quello stop inserito a metà del ritornello, quella pausa di suono, quel silenzio creato ad arte per far si che l’eruzioni sonore seguenti risultino essere di una drammaticità e disperazione uniche, portate ancor più all’eccesso da una dilatazione rumoristica incredibile: soltanto il suono secco della batteria sembra arginare un poco quel fiume di lava creato dalle estenuanti contrazioni lancinanti di basso e chitarra.

Esistenzialismo sonoro
Nel giro di tre anni, dal ’92 al ’94, i Codeine danno alla luce due nuove creature: l’ep Barely real e l’album The white birch, entrambi sempre pubblicati dalla Sub pop. Nessuna rilevante novità è portata alla luce da questi due nuovi lavori: la cifra stilistica non viene cambiata di una virgola. L’unica importante notizia è quella dell’abbandono della band da parte del batterista Chris Brokaw, il quale entrerà in pianta stabile prima nei Come con Thalia Zedek poi nei New Year (ex Bedhead). Al suo posto viene assunto Doug Scharin, con il quale sarà registrato il secondo e ultimo album dei Codeine. Come abbiamo detto tale avvicendamento alla batteria non condurrà a nessuna rivoluzione del suono della band.
L’Ep Barely real non fa altro che confermare le ottime qualità del gruppo dopo l’eccellente esordio, ma soprattutto ne evidenzia ancor di più i tratti originali e innovativi grazie alla presenza di un brano totalmente strumentale per pianoforte intitolato W.
Nel ’94 esce The white birch. Tale album porta forse ancor più all’estremo quanto fatto con Frigid stars: qui l’inquietudine è più soffocante. Il suono raggiunge una sua propria dimensione fatta di fragilità, tormenti e collera improvvisa; per accedervi occorre predisposizione intellettuale per certo esistenzialismo sonoro. Non che manchino episodi più immediati, come l’iniziale Sea o la successiva Loss leader, ma è la sensazione che scaturisce dall’ascolto dell’intero album a essere quasi claustrofobia. Di ciò non ce ne doliamo affatto, anzi proprio questo loro disperato immaginario fa dei Codeine una delle band più originali e seminali di fine XX secolo. Ma sicuramente tale febbrile malinconia che aleggia per tutto l’album, derivante proprio dall’impossibilità dilagante di oltrepassare le barriere che l’incomunicabilità del fare artistico provoca, sgretolando ogni intima emozione, fa si che esso sia di non facile accesso. Dopo questo album, l’unico componente della band di cui abbiamo notizia è proprio l’ultimo arrivato, il batterista Doug Scharin che andrà a influenzare l’intera scena post-rock con Rex, June of ’44 e Him. Gli altri due, John Engle e Stephen Immerwhar, sembrano essersi dissoluti nello spazio e nel tempo, come proprio la loro musica cercava di fare.

Purezza sonora
Se la meta prefissatasi dai tre Codeine, quella di raggiungere la purezza sonora, non è stata possibile nel corso di questi tre lavori, data l’umana impossibilità di pervenire alla perfezione, non dobbiamo, però, credere che il loro ritiro non ufficiale sia una resa di fronte a tale inattuabilità. Bensì dobbiamo pensare, o forse così ci piace immaginare, che proprio il fatto di non ritirarsi ufficialmente ha fatto si che i Codeine siano ancora qui: forse proprio così, con il SILENZIO hanno raggiunto quel regno così puro, cui hanno sempre ricercato. Quando vogliamo ascoltare i Codeine non occorre altro che chiudere gli occhi e ascoltare quell’assenza di suoni. Ovvio che così facendo non esisterebbe più quello per cui noi viviamo: la musica. Però loro possono rappresentare a pieno diritto una bellissima eccezione alla regola… Non fosse altro per tutti i gruppi che hanno influenzato e che ancora oggi influenzano a distanza di quindici anni.
Basta chiudere gli occhi nel silenzio per accedere a quel regno così puro. Oppure ascoltare quella Atmosphere dei Joy Division, dai nostri reinterpretata per il tributo A Means To An End uscito nel 1995, per ricordarsi da dove derivava quel loro esistenzialismo sonoro che si è sciolto improvvisamente in quella muta purezza tanto agognata.

Walk – in silence
Don’t walk away – in silence…” *
* tratto da Atmosphere dei Joy Division

Discografia:
FRIGID STARS– LP/CD Sub Pop (1991)
BARELY REAL – EP/CD Sub Pop (1993)
THE WHITE BIRCH – LP/CD Sub Pop (1994)

Formazione:
John Engle: chitarra
Stephen Immerwhar: basso e voce
Chris Brokaw: batteria
Doug Scharin: batteria in The white birch