Posts Tagged ‘Andrea Provinciali’

2011: canzoni fatte di neve

13 gennaio 2012

Da pochi giorni è uscita la mia playlist con il meglio del 2011 su 74:33.
15 canzone giuste giuste per entrare in un cd.

Che potete ascoltare qui

Ma era troppa la roba rimasta fuori… per cui qua sotto ci sono ben ottantuno brani che per tutti questi trecentosessantacinque giorni hanno galleggiato intorno a me come fiocchi di neve.
In questa scelta non c’è nessuna pretesa di oggettività, il tutto è frutto di traiettorie intime e sbilenche.
Anche l’ordine è poco ragionato. Anche se il meglio (ovvero le canzoni estratte dai migliori album del 2011) casualmente si è concentrato verso l’alto.

Qui si possono ascoltare a mo’ di playlist (una dietro l’altra o skip skip skip)

CIVIL CIVIC – Mayfield
Bon Iver – Holocene
Verdena – Lei disse (Un mondo del tutto differente)
Sun Glitters – Beside Me
Kurt Vile – Jesus Fever
Girls – Alex
M83 – Wait
Real Estate – It’s Real
Crash of Rhinos – Asleep
New Animal – Nightmares of Candy Yang & The Black
Walls – Heat Haze
Stephen Malkmus & the Jicks – Stick Figures in Love
Atlas Sound – My Angel Is Broken
J Mascis – Is It Done
Explosions in the Sky – Let Me Back In
Siskiyou – Twigs And Stones
Danger Mouse & Daniele Luppi – Season’s Trees
Horrible Present – Endless summer / Winter shows up
Toro Y Moi – Got Blinded
Bill Callahan – Riding for the feeling
Martyn – Viper
Twerps – Don’t Be Surprised
Radiohead – Codex
Gazebo Penguins – Senza di te
The Dodos – Going Under
Cloud Nothings – Forget You All The Time
Gold Panda – Like Totally
The Soft Province – Lazy Minds Die
Yuck – Holing Out
My Dad vs. Yours – Hip To Hip
Work Drugs – Rad Racer
Beirut – The Rip Tide
Chris Bathgate – Poor Eliza
Iron & Wine – Rabbit Will Run
Mogwai – Letters To The Metro
Youth Lagoon – Cannons
Wilco – Black Moon
Pianos Become the Teeth – I’ll be Damned
Vetiver – Worse for wear
Ducktails – Hamilton Road
Connan Mockasin – It’s Choade My Dear
L’AMO – Di Primavera in Primavera
Emphemetry – So Long Magic Helper
Shotgun Jimmie – Suzy
Two Bicycles – Swim In The Light
Do Nascimiento – Megafono
Fink – Berlin Sunrise
Paleo – Lighthouse
Rob Crow – Prepare to Be Mined
All Tiny Creatures – An iris
Fast Animals and Slow Kids – Copernico
Alcoholic Faith Mission – Alaska
Plaid – Unbank
Fucked Up – Queen Of Hearts
L’Orso – Ottobre Come Settembre
The Field – Then It’s White
A Classic Education – Gone To Sea
Ringo Deathstarr – So High
Owen – No Place Like Home
Smith Westerns – Weekend
Tape — Dust and Light
The Babies – Run Me Over
Thurston Moore – Blood Never Lies
Raein – Nirvana
Basement – Crickets Throw Their Voice
Bobo Rondelli – Blu
Beach Fossils – What A Pleasure
Idaho – You Were A Dick
Fennesz – Seven Stars
Zomby – Natalia’s Song
Apparat – Candil De La Calle
Casa del Mirto – Fake
Golden Kanine – Back From The Woods
Male Bonding – Bones
Megafaun – Get Right
Modeselektor – Green Light Go (Feat. PVT)
Girrafage – Girl
Jacob Faurholt – Themes of a Troubled Mind
Verily So – Of Stars
Metronomy – Everything Goes My Way

Qui si possono ascoltare a mo’ di playlist (una dietro l’altra o skip skip skip)

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74:33: Washer #1 – Elliott Smith playlist

28 ottobre 2011

Come annunciato… da ottobre la mia rubrichetta “Washer” avrà cadenza mensile sul magnifico blog di playlist 74:33.

Dopo il #0 di Washer – pubblicato a luglio basato sulla “scena” italiana tutta cuore, urla, passione e nostalgia (emo? l’avete detto voi) -, ecco arrivare una playlist interamente dedicata al mai troppo amato Elliott Smith, intitolata “The Morning After“… non una celebrazione della sua morte (21 ottobre 2003), ma un omaggio alla “mattina dopo”. Lo capirete leggendo. Sì, il testo è un po’ lungo… ma le parole non bastano mai quando in sottofondo quella voce delicata strazia il cuore prima di tutto.

Washer #1 la trovate qui su 74:33 ma dopo qualche giorno dalla sua pubblicazione (22 ottobre 2008, la mattina dopo, eh) il testo lo posto anche qua.

Buon ascolto, buona lettura

Cliccare sull’immagine per ascoltare la playlist

Elliott Smith Oscar's performance

1 – Elliott Smith – Say Yes
2 – Elliott Smith – Miss Misery (Oscar’s performance)
3 – Elliott Smith – Angeles (Paranoia Park)
4 – Heatmiser – Half Right
5 – Elliott Smith – Between The Bars (Good Will Hunting)
6 – Elliott Smith – Ballad Of Big Nothing
7 – Elliott Smith – Needle In The Hay (Tenenbaums)
8 – Elliott Smith – Pretty (Ugly Before)
9 – Elliott Smith – No Name #3
10 – Elliott Smith – Everything Means Nothing To Me
11 – Elliott Smith – The White Lady Loves You More (Paranoia Park)
12 – Elliott Smith – Bled White Star Edizioni
13 – Elliott Smith – Thirteen (Big Star cover)
14 – Elliott Smith – Fond Farewell
15 – Elliott Smith – Coming Up Roses
16 – Elliott Smith – Believe (Beatles cover – American Beauty)
17 – Elliott Smith – Division Day
18 – Elliott Smith – The Biggest Lie
19 – Elliott Smith – Trouble (Cat Stevens cover, Thumbsucker)
20 – Elliott Smith – Everything Reminds Me Of Her
21 – Elliott Smith – Angeles (Good Will Hunting)
22 – Elliott Smith – New Monkey
23 – Elliott Smith – Miss Misery (Good Will Hunting)
24 – The Decemberists – Clementine (cover)
25 – Chris Garneau – Between The Bars (cover)

THE MORNING AFTER – Un omaggio a Elliott Smith
Elliott Smith
sconvolse la mia poco più che ventenne e distratta esistenza nell’estate del 1998. In un cinema all’aperto. Seduto nell’ultima fila in una notte calda, stonata e innamorata. Mi arrivò dritto al cuore.
Sul grande schermo passavano “Will Hunting – Genio ribelle“, il primo lungometraggio hollywoodiano di uno dei miei registi preferiti di sempre, Gus Van Sant. Forse proprio quell’alone mainstream e da star-system che percepivo intorno alla pellicola fece sì che la snobassi, sentendomi in qualche modo tradito, non so… fatto sta che la vidi con mesi e mesi di ritardo dalla sua uscita. Anche la notizia che un brano – scritto e cantato da un semisconosciuto cantautore indipendente – estratto dalla colonna sonora avesse lottato fino alla fine per il titolo di “Miglior Canzone” agli Oscar per poi lasciar vincere “My Heart Will Go On” interpretata da Celine Dion per “Titanic” non aiutò certo ad avvicinarmi al film. Errori di gioventù, forse.
Non avevo ancora capito una cosa fondamentale degli Anni 90 (e sì che invece l’esempio Kurt Cobain avrebbe dovuto farmi drizzare le antenne): la fama distorta e luminescente, malata e arrapante, dolorosa, perversa e vuota ma accecante e lusinghiera che per qualche arcano motivo conduceva, a loro insaputa o almeno con una consapevolezza poco lucida, alla deriva artisti per natura distanti anni luce da quel mondo fatto di riflettori e fondotinta. Che poi magari – questo non ci è dato sapere – il loro destino sarebbe stato comunque funesto e tragico. Però guardatelo Elliott Smith nella sua performance di “Miss Misery” durante la serata degli Oscar, di bianco vestito con ai piedi scarpe Prada: fuori contesto, impacciato, intimidito, pronto ad essere fagocitato da quella macchina infernale, incline già come era a una innata inadeguatezza verso il mondo che mitigava con droghe, alcol e antidepressivi.
Comunque sia quella calda sera del 1998 tutto ciò non mi interessava, anche perché non ne ero semplicemente a conoscenza, per fortuna. So solo però che “Angeles“, “Between The Bars“, “No Name #3” e “Say Yes” sconquassarono immediatamente ogni mia difesa entrandomi sottopelle. Soprattutto “Say Ye”s (estratta dal suo terzo album “Either/Or” del 1997) con quel suo incedere cantilenante come fosse una sorta di filastrocca sentimentale che nel primo e ultimo verso si apre all’amore e al mondo: “I’m in love with the world through the eyes of a girl / Who’s still around the morning after”. Unico brano nella sua intera discografia a manifestarsi chiaramente ottimistico e positivo. Qui non canta di addii, droghe, alcol, sofferenze esistenziali e pessimismi vari che caratterizzano la maggior parte delle sue canzoni e quindi la sua cifra stilistica. No, qui confessa l’amore per una ragazza, non nascondendone i problemi contingenti, ma rivelando chiaramente la speranza che tutto possa rimettersi a posto “la mattina dopo” facendo decidere a lei. “Lei”, che questa volta, per stessa ammissione dell’autore, non sembra riferirsi alla droga, la bianca “eroina”, ma a una persona in particolare.
Sicuramente a suggestionarmi contribuirono pure le immagini in movimento del regista di Portland (stessa città nella quale Steven Paul Smith – il suo vero nome – approdò quattordicenne nel 1983 e dove sbocciò artisticamente prima negli Heatmiser e poi come solista). Non c’è dubbio. Anche perché le sue canzoni con il cinema hanno sempre avuto un legame speciale, quasi come fossero fatte appositamente per essere inserite per tutta la loro durata in sequenze di film create ad hoc. Ancora Gus Van Sant pesca dal suo repertorio discografico per musicare “Paranoid Park” (sempre la struggente “Angeles” e la dolorosa e “drogata” “The White Lady loves You More“); ma prima c’era stata la bellissima versione di “Because” dei Beatles (suo amore mai celato) che Elliott Smith crea per raccontare il momento del trapasso del protagonista Kevin Spacey in “American Beauty“; poi sempre una cover, stavolta di “Trouble” di Cat Stevens fatta per il film indipendente “Thumbsucker“; ma la più riuscita è soprattutto la scena del tentato suicidio nei “Tenenbaums” che sembra sia stata girata da Wes Anderson proprio per cucirci perfettamente addosso l’indimenticabile “Needle In The Hay“. 
Ma cinema a parte, la produzione discografica di questo immenso cantautore è stata quanto mai incisiva e fondamentale per la musica indipendente e non solo proprio da metà Anni 90 fino ad oggi. La sua forza è stata proprio quella di coniugare folk e pop in maniera del tutto personale, con una sensibilità e una espressività artistiche uniche. Non solo quel modo intimo e struggente di cantare, che ha contagiato miriadi di artisti a venire (numerose sono le sue canzoni coverizzate, qui riportiamo quelle di Decemberists e Chris Garneau, tanto per citarne due), ma anche quella sua infinità capacità compositiva che ha fatto sì si rinnovasse continuamente la sua proposta musicale. Se i primi album erano quanto più di scarno si potesse immaginare – soprattutto da lì arrivano i brani più immediati e strappalacrime – è con gli album successivi alla popolarità mediatica post-Oscar che il suono si fa più complesso quasi barocco senza perdere però una stilla in immediatezza e capacità di rapire l’ascolto. Un incrocio perfetto tra il Nick Drake di “Pink Moon” e i Beatles. Un totale di sei album imprescindibili. Da mandare a memoria. Più raccolte postume varie.
Poi si sa, come lui stesso cantava in “Say Yes”, le cose molto spesso vanno male… la depressione, le droghe, l’alcol, le delusioni amorose (eh sì, Elliott Smith era sincero quando cantava). Così quando venni a sapere che il 21 ottobre 2003 il suo corpo fu trovato senza vita lacerato letalmente da due pugnalate al cuore – che si tratti di suicidio (l’ipotesi più accreditata, ma il caso giuridico sulla sua morte è ancora aperto) o meno qua poco interessa – con la mente tornai subito alla “mattina dopo” quella sera estiva del 1998 (quella dopo il cinema, sì), al desiderio con il quale mi svegliai di accaparrarmi tutti gli album di questo cantautore che aveva, metaforicamente stavolta, trapassato il mio cuore da parte a parte con melodie strazianti ma allo stesso tempo consolatorie, salvifiche. Perché sì, contavano solo le canzoni. E le canzoni sono le sole che contano anche oggi. Oggi, 22 ottobre: “la mattina dopo”. E forse aveva proprio ragione lui, quando sussurrava “invece di cadere giù, sono ancora in piedi la mattina dopo”. Non lo sentite “dire sì”? No? Provate ad ascoltare di nuovo da capo la playlist.
Non mi piacciono i memoriali legati agli anniversari delle morti. Questo è il mio omaggio ad Elliott Smith della “mattina dopo”, di tutte le mattine dopo. Sia chiaro. Buon ascolto.

Massimo Volume: intervista a Emidio Clementi

26 ottobre 2010

(Questa è l’integrale dell’intervista uscita sul Mucchio n. 675 di ottobre. Vale la pena leggerla tutta perché Emidio Clementi si sofferma parecchio sui testi rivelando anche uno scoop riguardante Manuel Agnelli – domanda n. 16 – che per motivi di spazio non è potuto esser pubblicato sul Mucchio. E poi perché soprattutto Cattive abitudini è un gran bel disco. Ecco. Buona lettura)
Andrea Provinciali

Sono passati ben undici anni dall’ultima uscita discografica (Club Privé) dei Massimo Volume. Inevitabile quindi non pensare a Cattive abitudine come all’album italiano più atteso del 2010. Anche perché la band ha paradossalmente guadagnato l’apice della considerazione proprio dopo il suo scioglimento, caratterizzata da un’attenzione da parte del pubblico sempre più crescente in questo primo decennio del nuovo Millennio. Proprio la celebrazione live della reunion del gruppo avvenuta nel 2008 ha fatto da cartina di tornasole di quanto i Massimo Volume siano amati e di quanto abbiano influenzato e continuino a farlo la scena musicale italiana. È un Emidio Clementi quanto mai rilassato quello che raggiungiamo telefonicamente in una tarda mattinata di uno splendete giorno settembrino, nonostante le due imminenti nascite che lo vedranno “padre”. La prima, decisamente più importante e privata, relativa al secondo figlio in arrivo; la seconda, artistica, si chiama Cattive abitudini e rappresenta il motivo della nostra chiacchierata.

1) Rileggendo la tua ultima intervista pubblicata sul Mucchio di gennaio 2009 (n. 654), ovvero poco meno di due anni fa nel bel mezzo dell’esibizioni live per le quali avete rimesso in piedi la band, sono quanto mai significative oggi le parole che rilasciasti in risposta alla domanda se ci sarebbe stato un nuovo album in vista: “La mia paura sui Massimo Volume (premesso che il tour sta andando al di là delle nostre aspettative, spesso non riusciamo a finire una canzone che siamo sommersi dagli applausi) è che la gente voglia solo questo. Sarà dura presentarsi con un lavoro nuovo. Lì si vedrà cosa succede, per davvero”. Ecco a pochi giorni dall’uscita di Cattive abitudine avverti ancora questa paura?
No, no. In parte perché dal vivo un po’ l’abbiamo già testato suonando alcuni dei brani nuovi e mi sembra che abbiano avuto una buona risposta. E poi perché – sicuramente sono di parte – credo che abbiamo fatto un buon lavoro. Quindi no, non ho più tanto quella paura, anche se nel momento – dicevo la verità – in cui siamo tornati in pista e abbiamo ricominciato con le date è chiaro che la gente volesse quello da noi. Adesso da parte nostra c’è sicuramente voglio di tornare a suonare, di fare una tournée che sia uno spettacolo se non completamente nuovo almeno in gran parte.

2) Quali sono state le prime sensazioni provate dinnanzi al disco finito? Siete rimasti contenti del risultato?
Sì assolutamente. Poi sai, adesso riesco ad avere un’obiettività maggiore perché è passato un po’ di tempo dalla registrazione e quindi è vero che i suoni si sono sedimentati e riesco ad avere un ascolto d’insieme maggiore. Ma è anche vero che appena finito, avendo registrato in presa diretta in analogico e non avendo dunque la possibilità di tornare sulle singole tracce, all’inizio lo sentivo pieno di imprecisioni e di cose che avrei voluto rifare, adesso mi sono rasserenato.

3) Dopo esservi riuniti inseguito alla proposta di suonare dal vivo al Traffic nel 2008, quando, come e perché avete capito che era arrivato il momento giusto per fare un album nuovo?
Non c’è stato un momento in particolare. Però sicuramente ha significato molto la sonorizzazione de La caduta della casa degli Husher: è stato un lavoro completamente inedito e dopo otto anni ci siamo ritrovati bene tra di noi. È stato tutto piuttosto semplice e quindi visto che avevamo già fatto cinquanta minuti di musica in funzione del film abbiamo capito che potevamo anche scrivere un disco nuovo. Cattive abitudini è stato scritto in due tranche, è stato piuttosto veloce perché una parte dei pezzi li abbiamo composti tra aprile e giugno dell’anno scorso (2009), poi siamo tornati in tour e poi l’altra parte è stata composta proprio a ridosso delle registrazioni tra marzo e giugno di quest’anno (2010). Sicuramente è meno meditato degli altri, siamo ritornati poco sui pezzi.
Alcuni brani – ti parlo ad esempio di Mi piacerebbe ogni tanto averti qui, In un mondo dopo il mondo, Coney Island ma anche la stessa Robert Lowell – sono rimasti proprio come le prime versioni buttate giù, non ci sono state grosse modifiche.

4) Com’è stato tornare a scrivere, suonare e registrare per i Massimo Volume dopo ben 11 anni dalla vostra ultima fatica Club privé?
Sai, l’ho anche dato da un’altra parte, è stato un po’ come tornare a casa dopo un lungo viaggio e avere la percezione di non essere mai andato via. Per cui è stato tutto piuttosto semplice, anche perché ci conosciamo molto bene sia umanamente sia come musicisti, c’è una forma di linguaggio condiviso tra di noi. In più Stefano Pilia (il nuovo chitarrista) si è inserito molto bene, lui già conosceva i pezzi del nostro repertorio però nel momento creativo è stato molto bravo ad adattarsi psicologicamente a quelle che sono le nostre dinamiche di gruppo, impreziosendo il tutto con il suo stile. Che è uno stile anche eclettico, però a livello di arrangiamento ha capito subito qual era la strada da percorrere. Infatti le chitarre si intrecciano molto bene. Senza nulla togliere agli altri musicisti che ci hanno accompagnato nel corso degli anni, credo veramente – ma già lo dicevo durante la tournée – che questa sia la nostra formazione migliore.

5) Infatti, a nostro avviso, il sound è rimasto ovviamente quello tipico dei Massimo Volume, ma si è ancor più “personalizzato”, è ancor più denso, profondo e sviluppato proprio grazie a fraseggi chitarristici sempre più oliati che funzionano e si incastrano alla perfezione.
Sì, perché se penso a Stanze lì sicuramente era più evidente il debito che avevamo con la scena americana – ti parlo dei Fugazi, quella scena pre-post rock -, poi c’è stato il recupero dei minimalisti – Steve Reich, La Monte Young, anche Philip Glass stesso -, mentre adesso il punto di riferimento erano i nostri dischi precedenti, il nostro stile, quindi si sentono ancora dentro che le chitarre in alcuni brani risentono ancora del minimalismo, i pezzi pesi risentono ancora dell’influenza americana, però siamo noi, insomma.

06) Qual è il vostro vecchio album che più si avvicina a Cattive abitudini? Dal punto di vista delle sonorità sembrerebbe Da qui…
Anche per me. Perché come Da qui crea un paesaggio più mosso degli altri lavori, dove ci sono delle punte elettriche e poi dei brani anche molto dilatati. Forse anche come poetica di testi è quello che ci si avvicina di più, quello forse più rivolto verso l’esterno. Che poi fra l’altro è anche il mio dico preferito Da qui.

07) Anche il mio.
(ride compiaciuto) Mi fa piacere che sia quello.

08) Proprio il tempo, questo “nostro monotono sublime” definizione che hai preso in prestito dal poeta Robert Lowell, sembra essere il filo rosso che lega le 12 nuove tracce. Ce ne parli?
Sicuramente nel disco c’è un’ossessione del tempo. Del tempo che passa. Del poco tempo che si ha a disposizione anche per fare le cose. Se penso proprio alla scrittura del disco è stata fatta soprattutto nei ritagli di tempo. Quasi tutti i pezzi li ho scritti in un periodo in cui stavo da solo in casa con mia figlia, dovevo badare a mille cose, dovevo star dietro a lei. E quindi per questo è un disco che ha fretta. È vero. Nonostante le canzoni abbiano momenti dilatati e un minutaggio decisamente elevato che non è poi tanto nella nostra tradizione. E ciò credo che sia stato anche positivo perché tornando poco sui pezzi e con l’aggiunta di una registrazione analogica in presa diretta a me sembra più comunicativo. Credo che la parola “tempo” sia ripetuta in quasi tutti i pezzi. E a quarantatré anni forse ci fai un po’ i conti.

09) Era proprio la domanda seguente: a 43 anni, nel pieno della maturità artistica, ti senti arrivato all’età giusta per fare i conti con il tempo passato?
Ehhh… non so se è l’età giusta, però attraversando in qualche maniera la maturità artistica l’idea del tempo che si accorcia sempre di più mi spaventa molto. Un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Ottavia Piccolo, l’attrice, e lei diceva pressapoco “certe volte l’esistenza mi sembra come una prova generale e mi stupisco che non ci sia poi un’altra possibilità dove tutte le cose verranno fatte meglio, dove questa è solo una prova di quello che sarà”. Personalmente ho convissuto per tanto tempo con l’idea che poi tutto sarebbe rifatto meglio. Si pensa che la maturità ti porterà una consapevolezza maggiore di quello che stai facendo, una profondità maggiore questo e quell’altro… poi invece alla fine ti rendi conto che quello che sai fare è questo, lo stai facendo e un’altra occasione non ci sarà. Ciò è abbastanza traumatico, insomma.

10) Il presente, invece, entra nell’album? E del presente, invece, che percezione hai sia dal punto di vista personale sia pubblico, politico? Nell’album la canzone che più sembra “criticare” questi folli tempi è Fausto (“ho visto le menti migliori della mia generazione mendicare una presenza al varietà del sabato sera, il loro aspetto trasgressivo e il loro pallore si sposava alla perfezione con l’argomento della puntata”)?
In vent’anni di carriera forse quello è l’unico accenno polemico e vagamente politico che abbia mai inserito in uno mio testo. È difficile giudicare il presente nel momento in cui lo vivi. E quindi rimane sempre uno sguardo distorto. Bisognerebbe far passare un po’ di anni e poi rivedere questo inizio di Millennio, con un’ottica diversa. Però se parliamo da un punto di vista personale io son soddisfatto, nonostante una vita appesa a un filo per l’amor di dio, parlo dal punto di vista economico, però il fatto che comunque riesco in qualche maniera a vivere con le idee che mi vengono in mente, che ho abbracciato la vita da artista – che poi non sono tantissimi anni che sono un artista a tempo pieno, perché negli anni passati con già i Massimo Volume che esistevano ho sempre lavorato, sgomberando le cantine, nelle cucine dei ristoranti… – quindi da un punto di vista personale direi soddisfatto. Da quello più generale mi sembra sempre quello più o meno… forse ogni epoca si porta dietro un’idea che tutto è peggiorato… a me sembra sempre quello alla fine. Il mondo mi sembra più o meno quello di sempre.
Quello che sta dietro a quella frase è che sento un po’ la necessità di una scena identitaria… Nei Novanta c’era una scena – che poi si portava dietro il retaggio dei 70 e in parte degli 80 – dove c’erano delle scelte precise, che erano in qualche maniera anche politiche su dove si andava a suonare, sulle etichette.. che dava sicuramente un’identità maggiore. Poi è vero che tutto quello era anche in eccesso anche ideologicamente palloso, e a un certo punto però, secondo me, ci si è lasciati troppo andare. In questo senso mi piacerebbe che si tornasse a dire anche di no. Perché poi non ho mai creduto nell’idea che il sistema si combatte dall’interno, mi è sempre sembrato piuttosto ipocrita. Però sento anche la necessita per noi… ti direi che a livello quasi di marketing, promozionale, di creare una scena che sia forte e che non si venda a qualsiasi cosa. Mi sembra che alla fine per cento lire in più uno accetta tante cose che sarebbe meglio non accettasse. Sono stato piuttosto confuso in questo passaggio. Però… ecco, spesso ti ritrovi anche… entri in una casa editrice, una casa discografica e parlo soprattutto delle major dove non hai punti di riferimento, dove senti di essere un estraneo… però si accetta perché riescono a proporti un contratto che è più vantaggioso e perché pensi che ci sarà poi una promozione, un ufficio stampa che lavorerà meglio… secondo me non funziona più questa modalità. Secondo me anche il nostro pubblico anche la gente ha bisogno di identificarsi in maniera maggiore in quello che stai facendo e occorre prendere strade diverse e tornare a una scena indipendente. Al momento ci credo molto, anche se in passato l’ho criticata… perché a un certo punto mi sembrava che la scena indipendente fosse tale e quale a quella delle major ma con meno quattrini. Però sento questa necessità identitaria in questo momento.

11) A tal proposito, l’album esce per La Tempesta, un’etichetta che in questi ultimi anni sta valorizzando la musica italiana, quasi creando – per l’appunto – una “scena” musicale.
Guarda, noi siamo arrivati da poco, anche se con Enrico Molteni e Davide toffolo ci conosciamo da tempo… noi ci siamo trovati molto bene da un punto di vista umano e mi sembra proprio uno di quei progetti che va da quella parte… e che son stati anche premiati per questo. Quest’estate ero a Ferrara per La Tempesta sotto le stelle: c’erano 5mila persone ed era una serata a pagamento… mi sembra che anche la gente abbia voglia di questo. Basta fare i dischi con quelle cariatidi del mondo delle major che non sanno quello che fai, che vengono in studio e ti dicono questo pezzo mi sembra un brano degli ZZ Top. Non è per snobismo che lo dico, credimi. Dipende anche dal fatto che se tu sei molto forte e hai una bella crosta addosso e riesci ad utilizzarli solo per quello che loro possono darti forse va bene, puoi starci. Però se sei cresciuto in un ambiente diverso dove conta anche il contatto umano, conta anche un “sentirsi”, finisce per essere un rapporto molto frustrante.

12) Che effetto ti fa vedere i Massimo Volume pubblicati oggi insieme a band e artisti giovani (penso a Le luci della centrale elettrica, gli Altro, Fine Before You Came) che negli anni 90 sono cresciuti a pane e Massimo volume o addirittura che li hanno ascoltati successivamente negli anni 2000 dopo il vostro scioglimento?
(ride) Bene, bene, bene (ripete una sfilza di bene). Perché poi c’è un grosso affetto, un grosso rispetto. Noi siamo stati anche fortunati vivendo in questo periodo storico, dove non c’è più una scena che si mangia quella precedente, perché magari fosse stato così noi saremmo stati recuperati tra vent’anni. Invece c’è stato questo passaggio, chiamiamolo questo sapere ma non voglio esagerare, che i gruppi nuovi si sono formati anche sui nostri dischi e quindi c’è ancora spazio per noi. Da questo punto di vista davvero siamo stati fortunati. Però in una certa maniera La Tempesta mi ricorda anche la Mescal del primo periodo dove c’era anche un’identità artistica precisa, il cantato in italiano, gruppi il più possibile originari… infatti se vedi anche il catalogo della Tempesta le proposte sono anche molto diverse. Questo crea proprio una forza perché adesso.. cioè un’etichetta che… proprio perché un disco è fatto da loro ha più credenziali di qualcun altro. E questo paga. Poi noi ci siamo trovati prima ancora di incidere l’album, loro erano molto contenti e orgogliosi di farlo, ci siamo trovati d’accordo dal punto di vista economico, c’è stato proprio un discutere di come si potevano spendere i pochi soldi che c’erano a disposizione. Una comunicazione che era proprio quella che ci serviva.

13) Spostiamoci sui testi, quanto c’è di personale nelle tue liriche – come sempre tragicamente bellissime?
Molto. Molto. Molto. Alla fine, vabbè, si rischia il banale, però è vero che quello che scrivo è quello che mi succede intorno, quello che mi colpisce, quello che comunque penetra attraverso la scorza con la quale affronti il quotidiano. La scelta dei temi non è mai molto difficile perché non so in quale maniera una vicenda un personaggio riesca a penetrare questa scorza, che è del vivere del vivere in maniera un po’ così distratta che purtroppo è quello che la quotidianità e la vita di tutti i giorni impone, il difficile poi è la messa a punto, quella che mi prende più tempo. Però questa volta, forse, in una maniera che ha del miracoloso, come poche volte in passato mi è successo, è capitato che il pomeriggio scrivevamo la musica e due giorni dopo arrivavo in sala prove con il testo. E ti diro di più: quando noi abbiamo cominciato a lavorare al disco e iniziavano ad esserci tre o quattro parti musicali io mi son trovato terrorizzato all’idea di dover scrivere i testi… perché era dal 2004 (dall’esperienza con gli El Muniria) che non scrivevo testi… e pensavo anche io adesso li illudo e poi a un certo punto mi svelo e dico “ragazzi, io non ce la faccio” (ride). Questa era la mia idea. Poi ho tenuto botta, e dopo i primi due testi per i quali ho recuperato un paio di frasi che c’avevo nel cassetto si è aperto qualcosa. Forse perché ho letto anche molta poesia, in realtà ho anche rubato… oltre a Lowell c’è Ferlinghetti, c’è Auden… Ad esempio per Mi piacerebbe ogni tanto averti qui mi ha folgorato una poesia di Montale (“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, una poesia dedicata alla moglie che era morta da poco). Però da un punto di vista di testi, i riferimenti sono molti. C’è anche Leonard Cohen.

14) Una curiosità: Mi piacerebbe ogni tanto averti qui è dedicata a tuo padre, vero?
Sì, è su mio padre. Quello è un pezzo che veramente in sala prova l’abbiamo suonato due volte e poi siamo andati a registrarlo… in quel caso veramente, non per faciloneria, ma proprio perché ci siamo detti più lo suoniamo e più finiamo per regimentarlo e più perde di fascino. Infatti, l’abbiamo buttato giù così, dopo sole tre o quattro prove.

15) Dal punto di vista delle liriche ci sono dei “ritorni” letterari? Personaggi, luoghi?
C’è Leo, che è citato anche nei credits ne La sabbia dell’oceano che è proprio l’adattamento di una mail che lui mi spedì tempo fa quando per un periodo ha vissuto in Nuova Zelanda.. Di personaggi del mio immaginario (ride) c’è lui. Leo ritorna anche in Litio, che da un certo punto di vista può esser considerata come la Fuoco fauto dieci anni dopo.

16) In una delle canzoni più belle dell’album, Le nostre ore contate, nella quale è contenuto pure il titolo dell’album, canti “E così veniamo avanti / simili in tutto a quelli di ieri / aggrappati a un’immagine / condannata a descriverci”. Naturalmente è una provocazione, ma è una definizione che si può accostare anche ai Massimo Volume come se il tempo non fosse mai passato, oppure dal 1999 ad oggi la band sia evoluta?
Il pezzo parla del mio rapporto con Manuel Agnelli. Però spero che possa anche venir letta in maniera più universale. Parlando con lui è venuto fuori che entrambi abbiamo sentito questo peso. Da una parte dell’immagine pubblica, nel suo caso molto più pressante di quello che mi riguarda, la mia immagine pubblica è molto più limitata della sua. Però in qualche maniera è anche – senza spiegare troppo il testo – qualcosa che ci ha salvato e che ci tiene lì… C’è da una parte un debito nei confronti di questa immagine che noi ci siamo costruiti e che in parte non ci appartiene più e in parte non ci è mai appartenuta. Dall’altra c’è invece una forma di rigetto anche. In realtà non lo sa nessuno che la canzone parla di Manuel, se non lui a cui ho fatto sentire il pezzo.

17) Da che nasce il titolo Cattive abitudini?
Il titolo del disco è sempre il frutto di una serie di mediazioni per cui suoni bene, sia suggestivo, che in qualche maniera racchiuda il senso dell’album. A me piace. Anche perché credo che molti dei personaggi racchiusi nell’album siano affetti da cattive abitudini. È anche una definizione abbastanza aperta che riguarda sia una persona che si rinchiude dentro casa e non esce più, che affronta la vita con le tapparelle abbassate, o può essere molto più banale circa gli eccessi. Alla fine si cerca di convivere sempre con le proprie cattive abitudini, che alle volte diventano anche qualcosa che caratterizza il proprio stile, qualcosa che serve anche a trovare il momento di creatività. C’è un’ambiguità di fondo che alla fine la trovo accattivante. Poi non sapevo che esisteva anche un gruppo punk che si chiama Cattive abitudini (ride di gusto) (ex Peter Punk).

18) C’è una canzone del nuovo album che ti sta a cuore particolarmente?
No, le amo tutte come i figli. Anche se in qualcuna ci trovo dei difetti… amo anche i difetti. Ho un grosso affetto verso tutte. Poi sai col tempo – se si va avanti – tra 4 o 5 anni in fase di decisione della scaletta per i concerti lì avviene una selezione naturale per cui alcuni pezzi vengono un po’ abbandonati. Però adesso che sono dei neonati li amo tutti.

 

Tiamottì!: libro e blog

22 ottobre 2010

Dovrebbe già essere in libreria l’antologia a fumetti Tiamottì! 11+1 canzoni d’amore italiane a fumetti da me curata, edita da Arcana edizioni.
Fumetti di: Armin Barducci, Alessandro Baronciani, Andrea Bruno, Marina Girardi, Mabel Morri, Maurizio Ribichini & Jazzfromitaly, Francesco Ripoli, Stefano Tamburini & Tanino Liberatore.
Canzoni di: Luigi Tenco, Afterhours, Gino Paoli, CCCP-Fedeli alla linea, Rino Gaetano, Offlaga Disco Pax, Fabrizio De André, Diaframma, Marlene Kuntz, Franco Battiato, Piero Ciampi.
Più una gustosa ghost track a sorpresa!!!

Questo il blog (clicca qui) aperto per l’occasione con tutte le specifiche del libro.

Fine Before You Came – L’intervista integrale

16 dicembre 2009

Questa la versione integrale dell’intervista fatta ai Fine Before You Came per “Fuori Dal Mucchio”. La versione tagliata è disponibile qui: fdm

Con Sfortuna – il loro ultimo album pubblicato in cd per La Tempesta, in vinile per Triste, in musicassetta per Ammagar e messo fin da subito in free download sul proprio sito – i Fine Before You Came (nome estrapolato da un verso di una canzone dei mai dimenticati Van Pelt) attuano una svolta decisiva nel loro percorso artistico lungo quasi dieci anni, decidendo di cantare in italiano. Di questo, di Internet, di promozione e di sfiga abbiamo parlato con i cinque ragazzi di stanza a Milano.

La mia recensione su Sentireascoltare qui e qui.

Vi siete formati come Fine Before You Came agli inizi del 2000. Tra non molto festeggerete il vostro decimo compleanno come band. Complimenti: un traguardo non facile e non scontato da raggiungere, soprattutto per chi da sempre muove, seppur egregiamente come voi, i suo passi in un contesto musicale underground. Potete farci una sorta di “bilancio” generale di questo primo pezzo di esistenza?  Dalla decisione di mettere su un gruppo fino ad oggi?
Che domandona enorme. Abbiamo già compiuto 10 anni se non sbaglio. Ma forse sbaglio. Non abbiamo una gran memoria. Marchetti ragiona ancora in lire e marino si chiede ancora quando esce sto dannato Black Album dei Metallica. In ogni modo possiamo tranquillamente affermare che in questi 10 anni siamo diventati gli amici migliori che potessimo avere. Abbiamo imparato a volerci bene e a sopportarci, a trovare compromessi e ad aiutarci nei momenti di difficoltà. Leghiamo al gruppo alcuni dei momenti più belli della nostra vita. I Fine Before You Came si sono formati come banda musicale e dopo poco hanno capito che erano molto di più. Abbiamo suonato soprattutto per noi 5 e avuto la grande fortuna di coinvolgere altre persone che hanno voluto bene sia a noi che alla nostra musica. Più di così non potevamo chiedere.

Com’è cambiato, se è cambiato, il contesto musicale italiano (discografico e artistico) di cui, volenti o non, ne avete fatto parte in questo decennio? È ancora così difficile potercela fare in Italia? Oppure il gap culturale rispetto anche solo agli altri paesi europei è man mano diminuito?

Dipende da cosa intendi per potercela fare. Suonare di fronte a 50 persone di cui 20 conoscono e cantano i pezzi che hai scritto perché di base piacessero per primo a te stesso per noi è farcela . Essere un gruppo in Italia forse è diverso da essere un gruppo in Camerun ma rimane un enorme comun denominatore che è la musica. Pensiamo sinceramente che sia quella la cosa importante. Se poi per farcela intendi camparci, farci i soldi, smettere di lavorare e considerare ogni disco una possibilità di guadagno quello è un altro discorso che non ci è mai riguardato e tutt’ora non ci riguarda. Dubitiamo che in futuro possa interessarci una cosa del genere per un semplice e ovvio motivo, quello che suoniamo è quello che ci piace e non quello che può piacere ai più. Non pensiamo che sia il modo giusto di vedere le cose ma è semplicemente il nostro modo di vederle. Massimo rispetto per chi riesce a mettersi a tavolino e comporre un pezzo che arriva a milioni di persone. Tiziano Ferro, Ligabue, Vasco Rossi e Eros Ramazzotti sono italiani e ce l’hanno fatta. Così come ce l’hanno fatta i La Quiete che sono appena rientrati da un tour in Australia e Malesia. Vasco Rossi è ricco sfondato e i La Quiete non c’hanno una lira. Questo non vuol dire che Vasco Rossi ce l’abbia fatta più dei La Quiete. Il mito del musicista che suona e guadagna una barca di soldi non ci appartiene. Crediamo molto di più in win for life.

A tal proposito, che ne pensate del lavoro svolto da un’etichetta come La Tempesta, con la quale siete sotto contratto? Ovvero, del fatto di riunire e promuovere molti dei gruppi italiani più interessanti che cantano in italiano… Potrebbe creare una sorta di “scena” (da non considerarsi nell’accezione giornalistica del termine) in grado di innalzare il livello italiano musicale?
Scusa se ti correggiamo, noi non siamo sotto contratto con nessuna etichetta. Quando facciamo un disco cerchiamo di farlo uscire collaborando con persone che ci piacciono e che siano prima di tutto amiche. Quest’ultimo ha coinvolto La Tempesta oltre a Triste e Ammagar. Ma non c’è nessun contratto, al massimo una stretta di mano e la consapevolezza della stima reciproca. La Tempesta è sicuramente un’ottima etichetta con un bel roster ma il livello musicale italiano è già molto alto a prescindere da questa. Ci sono gruppi e artisti che non hanno da invidiare niente a nessuno, eppure non sono così blasonati, come La Quiete, Raein, Dargen D’Amico, Gazebo Penguins, Dummo, Action Dead Mouse, Ne Travallez Jammais e mille altri che fare una lista ora non si finisce più. Alla fine non è che i migliori son quelli che finiscono sui giornali, sulle webzine, in tv, ai vari festival o sulle etichette più famose. Anzi

Veniamo al vostro ultimo album Sfortuna, a mio avviso uno dei dischi italiani più riusciti e più importanti del 2009. Com’è nato? E soprattutto come mai la scelta, riuscita aggiungerei, di cantare in italiano?
Cavolo grazie mille. Sfortuna è nato molto semplicemente dalla sfida di provare a fare un disco in italiano e non in inglese come i precedenti per non ripetersi, per perdere qualsiasi tipo di derivazione musicale e per cimentarsi con la propria lingua. Abbiamo semplicemente pensato “per dio, possiamo farcela anche noi”. E adesso tu ci dici che è andata. Quindi, apposto così. Evviva.

Sarà una scelta definitiva oppure in futuro tornerete all’inglese. Non pensate che l’italiano abbia contribuito a fornirvi un’identità più forte, magari facendovi sdoganare da quella morsa derivativa, prima con l’emocore poi con il post rock, del passato?
Sicuramente l’italiano ci ha aiutato a uscire dai cliché. Anche se molto serenamente ammettiamo che ci sentivamo al di fuori di gran parte dei canoni di certo rock già da un po’. Non pensiamo di tornare all’inglese. L’italiano ci piace anche se è notevolmente più difficile. Però a questo punto dobbiamo quanto meno capire se Sfortuna ci è venuto per caso o no. Stiamo già lavorando a dei pezzi nuovi. Per ora pare andare tutto bene ma potremmo anche aver finito le scorte. In quel caso ci inventeremo qualcos’altro.

Oltre alla vostra ottima tecnica strumentale, Sfortuna evidenzia bene anche un profondo e sentito lavoro sui testi. Nell’insieme, il tutto rende l’idea di un affiatamento di gruppo molto funzionale e di una maggiore maturità raggiunta. Su cosa si basa il vostro processo creativo e come è cambiato negli anni?
Beh siamo sempre stati molto affiatati. Pensa che ogni pezzo fatto da dieci anni a questa parte è frutto del lavoro di 5 teste. Mai nessuno arriva in sala con un riff o qualcosa di già pronto. Nasce tutto quando siamo tutti e 5. Se da una parte rende il processo compositivo lunghissimo questo metodo fa si che ognuno dica la sua in ugual misura. È il motivo per cui non possiamo pensare alla banda senza uno solo di noi 5. Sarebbe un altro gruppo. Anche i testi prima di essere approvati devono passare il vaglio di tutti noi. Nei prossimi per esempio siamo tutti d’accordo di parlare degli animali della fattoria.

E nello specifico, come sono nati i testi di Sfortuna? All’ascolto dell’intero album sembra distinguersi una sorta di filo conduttore che lega tutte e sette le canzoni e in grado di creare una sorta di empatia con l’ascoltatore…
I testi di Sfortuna parlano di un periodo. Credo che sia questo il filo conduttore. Il fatto che siano così empatici probabilmente dipende dalla loro semplicità. Parlano di cose che bene o male tutti hanno vissuto o vivranno prima o poi.

A distanza di alcuni mesi dalla pubblicazione di Sfortuna, vi sarete fatti un’idea della reazione del pubblico, sia vecchio che nuovo. Com’è stata? Pensate che la scelta dell’italiano come cantato abbia contribuito all’ampliamento del vostro pubblico?
Ha contribuito tantissimo. Ci sono un sacco di facce nuove ai nostri concerti e un sacco di ragazzi giovani. Il fatto che la fruizione della musica sia diventata così semplice grazie a internet ha molto influito sui testi delle canzoni. Mi spiego meglio. Un tempo compravamo uno/due dischi e li ascoltavamo coi testi alla mano. Oggi ne scarichiamo sette/otto e li ascoltiamo nell’ipod e solo a quelli che ci sembrano più interessanti diamo, forse, in un secondo momento una letta ai testi. Scrivendo in italiano invece salti un passaggio, le parole sono semplici, comprensibili ed estremamente urlabili. Fabio Plovani nella recensione su “Blow up” ha parlato di una sorta di rito collettivo pur non avendo partecipato a nessuno degli ultimi concerti. Ci ha preso in pieno, la cosa bella di Sfortuna è che devi solo urlarlo a squarciagola e il concerto non lo facciamo più solo noi ma chiunque abbia voglia di gridare. È liberatorio e da una gioia infinita. Guardiamo gli amici che abbiamo davanti e li sentiamo completamente parte della banda. Detta così sembra il delirio di un santone invasato ma ti assicuro che è così.

Nonostante l’album sia uscito in cd per La Tempesta, la promozione non ha però seguito un iter tradizionale, convenzionale. Come mai? È stata una scelta volontaria?

Enrico della Tempesta aveva un sacco di dischi da fare uscire in quel periodo. Ci ha detto chiaramente che non era il momento e che non poteva dedicarsi a sfortuna prima di un tot di mesi. Visto che non avevamo voglia di aspettare gli abbiamo detto di farlo uscire comunque e che alla fine della promozione e dell’iter tradizionale non ce ne fregava nulla visto e considerato che il disco sarebbe stato scaricabile gratuitamente da subito. Per cui lo abbiamo semplicemente stampato e lo vendiamo solo ai concerti a tutti quelli che anche se lo hanno scaricato lo vogliono come souvenir. Dopo solo una settimana lo avevano scaricato mille persone poi la voce è girata sempre di più. La promozione migliore che si possa desiderare è quella di chi scopre qualcosa che gli piace e lo consiglia agli amici.

Il vostro album è stato ed è tuttora messo in free download sul vostro sito. Che ne pensate di Internet e dei nuovi orizzonti che ha aperto soprattutto alla musica e alla sua fruizione?
In parte abbiamo risposto a questa domanda nelle risposte precedenti. In realtà non siamo mai stati bravi con Internet. Non abbiamo avuto un sito aggiornato fino a Sfortuna. E anche adesso, parliamone, il nostro sito è tutt’altro che all’avanguardia. Ci piace molto però l’idea che la musica sia gratuita, che chiunque possa usufruirne e che non venga imposta in alcun modo. Scarichiamo musica regolarmente. Questo non vuol dire che non acquistiamo dischi. Anche a noi piacciono i feticci. Internet dà una possibilità a tutti senza pretendere nulla. A Internet non gliene frega nulla se fai metal o elettropop, se sai suonare o fai paura all’uomo della strada. È per questo che ci stupiamo ancora delle domande sulla musica in Italia. Internet dà le stesse possibilità a tutti quanti. Se La Tempesta non fa uscire il tuo disco di rap celtico pubblicatelo da solo.

Ma, per finire, Sfortuna è davvero un album che porta sfiga? Visti i risultati, penso proprio di no… anzi. Ci spiegate questo fatto della sfortuna che si legge sul vostro sito e un po’ ovunque.
La sfortuna è di tutti. tanto quanto Internet. Puoi dare la colpa alla sfortuna tutte le volte che vuoi. E lei è serena. Si prende le colpe e non te la fa pesare. Sfortuna non parla di sfortuna ma di quanto spesso non siamo in grado di prenderci la responsabilità delle nostre azioni. Sul sito scherziamo molto. In generale scherziamo molto. Sfortuna porta sfortuna se hai bisogno che porti sfortuna.