Archive for the ‘intervista’ Category

Un anno di Prodezze Fuori Area

28 gennaio 2011

Tanti auguri Prodezze.

Domenica 30 gennaio 2011 Prodezze Fuori Area festeggerà il suo primo  anno di vita.
Al Pigneto (Roma), nel solito confortevole e accogliente seminterrato, verrà spenta questa prima gloriosa candelina (cibarie e bevande verranno offerte come sempre dal pubblico) con in sottofondo la nostalgica sigla di 90° Minuto (ci sarà la presentazione del libro Il meglio di 90° Minuto) e tutt’intorno quell’oramai inconfondibile scenario immaginifico – fatto di poster, santini e figurine – creato dal team di Prodezze.
Ma non solo, per l’occasione verrà presentato pure l’Atlante Illustrato del Calcio ’80 edito da ISBN. Un libro da avere, perché sfogliandolo forte e suggestiva è l’eco a di un calcio che purtroppo oggi non c’è più.

Qui il programma della serata.

Qui la mia intervista al team di Prodezze Fuori Area.

Qui la mia recensione dell’Atlante illustrato del Calcio ’80.

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Massimo Volume: intervista a Emidio Clementi

26 ottobre 2010

(Questa è l’integrale dell’intervista uscita sul Mucchio n. 675 di ottobre. Vale la pena leggerla tutta perché Emidio Clementi si sofferma parecchio sui testi rivelando anche uno scoop riguardante Manuel Agnelli – domanda n. 16 – che per motivi di spazio non è potuto esser pubblicato sul Mucchio. E poi perché soprattutto Cattive abitudini è un gran bel disco. Ecco. Buona lettura)
Andrea Provinciali

Sono passati ben undici anni dall’ultima uscita discografica (Club Privé) dei Massimo Volume. Inevitabile quindi non pensare a Cattive abitudine come all’album italiano più atteso del 2010. Anche perché la band ha paradossalmente guadagnato l’apice della considerazione proprio dopo il suo scioglimento, caratterizzata da un’attenzione da parte del pubblico sempre più crescente in questo primo decennio del nuovo Millennio. Proprio la celebrazione live della reunion del gruppo avvenuta nel 2008 ha fatto da cartina di tornasole di quanto i Massimo Volume siano amati e di quanto abbiano influenzato e continuino a farlo la scena musicale italiana. È un Emidio Clementi quanto mai rilassato quello che raggiungiamo telefonicamente in una tarda mattinata di uno splendete giorno settembrino, nonostante le due imminenti nascite che lo vedranno “padre”. La prima, decisamente più importante e privata, relativa al secondo figlio in arrivo; la seconda, artistica, si chiama Cattive abitudini e rappresenta il motivo della nostra chiacchierata.

1) Rileggendo la tua ultima intervista pubblicata sul Mucchio di gennaio 2009 (n. 654), ovvero poco meno di due anni fa nel bel mezzo dell’esibizioni live per le quali avete rimesso in piedi la band, sono quanto mai significative oggi le parole che rilasciasti in risposta alla domanda se ci sarebbe stato un nuovo album in vista: “La mia paura sui Massimo Volume (premesso che il tour sta andando al di là delle nostre aspettative, spesso non riusciamo a finire una canzone che siamo sommersi dagli applausi) è che la gente voglia solo questo. Sarà dura presentarsi con un lavoro nuovo. Lì si vedrà cosa succede, per davvero”. Ecco a pochi giorni dall’uscita di Cattive abitudine avverti ancora questa paura?
No, no. In parte perché dal vivo un po’ l’abbiamo già testato suonando alcuni dei brani nuovi e mi sembra che abbiano avuto una buona risposta. E poi perché – sicuramente sono di parte – credo che abbiamo fatto un buon lavoro. Quindi no, non ho più tanto quella paura, anche se nel momento – dicevo la verità – in cui siamo tornati in pista e abbiamo ricominciato con le date è chiaro che la gente volesse quello da noi. Adesso da parte nostra c’è sicuramente voglio di tornare a suonare, di fare una tournée che sia uno spettacolo se non completamente nuovo almeno in gran parte.

2) Quali sono state le prime sensazioni provate dinnanzi al disco finito? Siete rimasti contenti del risultato?
Sì assolutamente. Poi sai, adesso riesco ad avere un’obiettività maggiore perché è passato un po’ di tempo dalla registrazione e quindi è vero che i suoni si sono sedimentati e riesco ad avere un ascolto d’insieme maggiore. Ma è anche vero che appena finito, avendo registrato in presa diretta in analogico e non avendo dunque la possibilità di tornare sulle singole tracce, all’inizio lo sentivo pieno di imprecisioni e di cose che avrei voluto rifare, adesso mi sono rasserenato.

3) Dopo esservi riuniti inseguito alla proposta di suonare dal vivo al Traffic nel 2008, quando, come e perché avete capito che era arrivato il momento giusto per fare un album nuovo?
Non c’è stato un momento in particolare. Però sicuramente ha significato molto la sonorizzazione de La caduta della casa degli Husher: è stato un lavoro completamente inedito e dopo otto anni ci siamo ritrovati bene tra di noi. È stato tutto piuttosto semplice e quindi visto che avevamo già fatto cinquanta minuti di musica in funzione del film abbiamo capito che potevamo anche scrivere un disco nuovo. Cattive abitudini è stato scritto in due tranche, è stato piuttosto veloce perché una parte dei pezzi li abbiamo composti tra aprile e giugno dell’anno scorso (2009), poi siamo tornati in tour e poi l’altra parte è stata composta proprio a ridosso delle registrazioni tra marzo e giugno di quest’anno (2010). Sicuramente è meno meditato degli altri, siamo ritornati poco sui pezzi.
Alcuni brani – ti parlo ad esempio di Mi piacerebbe ogni tanto averti qui, In un mondo dopo il mondo, Coney Island ma anche la stessa Robert Lowell – sono rimasti proprio come le prime versioni buttate giù, non ci sono state grosse modifiche.

4) Com’è stato tornare a scrivere, suonare e registrare per i Massimo Volume dopo ben 11 anni dalla vostra ultima fatica Club privé?
Sai, l’ho anche dato da un’altra parte, è stato un po’ come tornare a casa dopo un lungo viaggio e avere la percezione di non essere mai andato via. Per cui è stato tutto piuttosto semplice, anche perché ci conosciamo molto bene sia umanamente sia come musicisti, c’è una forma di linguaggio condiviso tra di noi. In più Stefano Pilia (il nuovo chitarrista) si è inserito molto bene, lui già conosceva i pezzi del nostro repertorio però nel momento creativo è stato molto bravo ad adattarsi psicologicamente a quelle che sono le nostre dinamiche di gruppo, impreziosendo il tutto con il suo stile. Che è uno stile anche eclettico, però a livello di arrangiamento ha capito subito qual era la strada da percorrere. Infatti le chitarre si intrecciano molto bene. Senza nulla togliere agli altri musicisti che ci hanno accompagnato nel corso degli anni, credo veramente – ma già lo dicevo durante la tournée – che questa sia la nostra formazione migliore.

5) Infatti, a nostro avviso, il sound è rimasto ovviamente quello tipico dei Massimo Volume, ma si è ancor più “personalizzato”, è ancor più denso, profondo e sviluppato proprio grazie a fraseggi chitarristici sempre più oliati che funzionano e si incastrano alla perfezione.
Sì, perché se penso a Stanze lì sicuramente era più evidente il debito che avevamo con la scena americana – ti parlo dei Fugazi, quella scena pre-post rock -, poi c’è stato il recupero dei minimalisti – Steve Reich, La Monte Young, anche Philip Glass stesso -, mentre adesso il punto di riferimento erano i nostri dischi precedenti, il nostro stile, quindi si sentono ancora dentro che le chitarre in alcuni brani risentono ancora del minimalismo, i pezzi pesi risentono ancora dell’influenza americana, però siamo noi, insomma.

06) Qual è il vostro vecchio album che più si avvicina a Cattive abitudini? Dal punto di vista delle sonorità sembrerebbe Da qui…
Anche per me. Perché come Da qui crea un paesaggio più mosso degli altri lavori, dove ci sono delle punte elettriche e poi dei brani anche molto dilatati. Forse anche come poetica di testi è quello che ci si avvicina di più, quello forse più rivolto verso l’esterno. Che poi fra l’altro è anche il mio dico preferito Da qui.

07) Anche il mio.
(ride compiaciuto) Mi fa piacere che sia quello.

08) Proprio il tempo, questo “nostro monotono sublime” definizione che hai preso in prestito dal poeta Robert Lowell, sembra essere il filo rosso che lega le 12 nuove tracce. Ce ne parli?
Sicuramente nel disco c’è un’ossessione del tempo. Del tempo che passa. Del poco tempo che si ha a disposizione anche per fare le cose. Se penso proprio alla scrittura del disco è stata fatta soprattutto nei ritagli di tempo. Quasi tutti i pezzi li ho scritti in un periodo in cui stavo da solo in casa con mia figlia, dovevo badare a mille cose, dovevo star dietro a lei. E quindi per questo è un disco che ha fretta. È vero. Nonostante le canzoni abbiano momenti dilatati e un minutaggio decisamente elevato che non è poi tanto nella nostra tradizione. E ciò credo che sia stato anche positivo perché tornando poco sui pezzi e con l’aggiunta di una registrazione analogica in presa diretta a me sembra più comunicativo. Credo che la parola “tempo” sia ripetuta in quasi tutti i pezzi. E a quarantatré anni forse ci fai un po’ i conti.

09) Era proprio la domanda seguente: a 43 anni, nel pieno della maturità artistica, ti senti arrivato all’età giusta per fare i conti con il tempo passato?
Ehhh… non so se è l’età giusta, però attraversando in qualche maniera la maturità artistica l’idea del tempo che si accorcia sempre di più mi spaventa molto. Un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Ottavia Piccolo, l’attrice, e lei diceva pressapoco “certe volte l’esistenza mi sembra come una prova generale e mi stupisco che non ci sia poi un’altra possibilità dove tutte le cose verranno fatte meglio, dove questa è solo una prova di quello che sarà”. Personalmente ho convissuto per tanto tempo con l’idea che poi tutto sarebbe rifatto meglio. Si pensa che la maturità ti porterà una consapevolezza maggiore di quello che stai facendo, una profondità maggiore questo e quell’altro… poi invece alla fine ti rendi conto che quello che sai fare è questo, lo stai facendo e un’altra occasione non ci sarà. Ciò è abbastanza traumatico, insomma.

10) Il presente, invece, entra nell’album? E del presente, invece, che percezione hai sia dal punto di vista personale sia pubblico, politico? Nell’album la canzone che più sembra “criticare” questi folli tempi è Fausto (“ho visto le menti migliori della mia generazione mendicare una presenza al varietà del sabato sera, il loro aspetto trasgressivo e il loro pallore si sposava alla perfezione con l’argomento della puntata”)?
In vent’anni di carriera forse quello è l’unico accenno polemico e vagamente politico che abbia mai inserito in uno mio testo. È difficile giudicare il presente nel momento in cui lo vivi. E quindi rimane sempre uno sguardo distorto. Bisognerebbe far passare un po’ di anni e poi rivedere questo inizio di Millennio, con un’ottica diversa. Però se parliamo da un punto di vista personale io son soddisfatto, nonostante una vita appesa a un filo per l’amor di dio, parlo dal punto di vista economico, però il fatto che comunque riesco in qualche maniera a vivere con le idee che mi vengono in mente, che ho abbracciato la vita da artista – che poi non sono tantissimi anni che sono un artista a tempo pieno, perché negli anni passati con già i Massimo Volume che esistevano ho sempre lavorato, sgomberando le cantine, nelle cucine dei ristoranti… – quindi da un punto di vista personale direi soddisfatto. Da quello più generale mi sembra sempre quello più o meno… forse ogni epoca si porta dietro un’idea che tutto è peggiorato… a me sembra sempre quello alla fine. Il mondo mi sembra più o meno quello di sempre.
Quello che sta dietro a quella frase è che sento un po’ la necessità di una scena identitaria… Nei Novanta c’era una scena – che poi si portava dietro il retaggio dei 70 e in parte degli 80 – dove c’erano delle scelte precise, che erano in qualche maniera anche politiche su dove si andava a suonare, sulle etichette.. che dava sicuramente un’identità maggiore. Poi è vero che tutto quello era anche in eccesso anche ideologicamente palloso, e a un certo punto però, secondo me, ci si è lasciati troppo andare. In questo senso mi piacerebbe che si tornasse a dire anche di no. Perché poi non ho mai creduto nell’idea che il sistema si combatte dall’interno, mi è sempre sembrato piuttosto ipocrita. Però sento anche la necessita per noi… ti direi che a livello quasi di marketing, promozionale, di creare una scena che sia forte e che non si venda a qualsiasi cosa. Mi sembra che alla fine per cento lire in più uno accetta tante cose che sarebbe meglio non accettasse. Sono stato piuttosto confuso in questo passaggio. Però… ecco, spesso ti ritrovi anche… entri in una casa editrice, una casa discografica e parlo soprattutto delle major dove non hai punti di riferimento, dove senti di essere un estraneo… però si accetta perché riescono a proporti un contratto che è più vantaggioso e perché pensi che ci sarà poi una promozione, un ufficio stampa che lavorerà meglio… secondo me non funziona più questa modalità. Secondo me anche il nostro pubblico anche la gente ha bisogno di identificarsi in maniera maggiore in quello che stai facendo e occorre prendere strade diverse e tornare a una scena indipendente. Al momento ci credo molto, anche se in passato l’ho criticata… perché a un certo punto mi sembrava che la scena indipendente fosse tale e quale a quella delle major ma con meno quattrini. Però sento questa necessità identitaria in questo momento.

11) A tal proposito, l’album esce per La Tempesta, un’etichetta che in questi ultimi anni sta valorizzando la musica italiana, quasi creando – per l’appunto – una “scena” musicale.
Guarda, noi siamo arrivati da poco, anche se con Enrico Molteni e Davide toffolo ci conosciamo da tempo… noi ci siamo trovati molto bene da un punto di vista umano e mi sembra proprio uno di quei progetti che va da quella parte… e che son stati anche premiati per questo. Quest’estate ero a Ferrara per La Tempesta sotto le stelle: c’erano 5mila persone ed era una serata a pagamento… mi sembra che anche la gente abbia voglia di questo. Basta fare i dischi con quelle cariatidi del mondo delle major che non sanno quello che fai, che vengono in studio e ti dicono questo pezzo mi sembra un brano degli ZZ Top. Non è per snobismo che lo dico, credimi. Dipende anche dal fatto che se tu sei molto forte e hai una bella crosta addosso e riesci ad utilizzarli solo per quello che loro possono darti forse va bene, puoi starci. Però se sei cresciuto in un ambiente diverso dove conta anche il contatto umano, conta anche un “sentirsi”, finisce per essere un rapporto molto frustrante.

12) Che effetto ti fa vedere i Massimo Volume pubblicati oggi insieme a band e artisti giovani (penso a Le luci della centrale elettrica, gli Altro, Fine Before You Came) che negli anni 90 sono cresciuti a pane e Massimo volume o addirittura che li hanno ascoltati successivamente negli anni 2000 dopo il vostro scioglimento?
(ride) Bene, bene, bene (ripete una sfilza di bene). Perché poi c’è un grosso affetto, un grosso rispetto. Noi siamo stati anche fortunati vivendo in questo periodo storico, dove non c’è più una scena che si mangia quella precedente, perché magari fosse stato così noi saremmo stati recuperati tra vent’anni. Invece c’è stato questo passaggio, chiamiamolo questo sapere ma non voglio esagerare, che i gruppi nuovi si sono formati anche sui nostri dischi e quindi c’è ancora spazio per noi. Da questo punto di vista davvero siamo stati fortunati. Però in una certa maniera La Tempesta mi ricorda anche la Mescal del primo periodo dove c’era anche un’identità artistica precisa, il cantato in italiano, gruppi il più possibile originari… infatti se vedi anche il catalogo della Tempesta le proposte sono anche molto diverse. Questo crea proprio una forza perché adesso.. cioè un’etichetta che… proprio perché un disco è fatto da loro ha più credenziali di qualcun altro. E questo paga. Poi noi ci siamo trovati prima ancora di incidere l’album, loro erano molto contenti e orgogliosi di farlo, ci siamo trovati d’accordo dal punto di vista economico, c’è stato proprio un discutere di come si potevano spendere i pochi soldi che c’erano a disposizione. Una comunicazione che era proprio quella che ci serviva.

13) Spostiamoci sui testi, quanto c’è di personale nelle tue liriche – come sempre tragicamente bellissime?
Molto. Molto. Molto. Alla fine, vabbè, si rischia il banale, però è vero che quello che scrivo è quello che mi succede intorno, quello che mi colpisce, quello che comunque penetra attraverso la scorza con la quale affronti il quotidiano. La scelta dei temi non è mai molto difficile perché non so in quale maniera una vicenda un personaggio riesca a penetrare questa scorza, che è del vivere del vivere in maniera un po’ così distratta che purtroppo è quello che la quotidianità e la vita di tutti i giorni impone, il difficile poi è la messa a punto, quella che mi prende più tempo. Però questa volta, forse, in una maniera che ha del miracoloso, come poche volte in passato mi è successo, è capitato che il pomeriggio scrivevamo la musica e due giorni dopo arrivavo in sala prove con il testo. E ti diro di più: quando noi abbiamo cominciato a lavorare al disco e iniziavano ad esserci tre o quattro parti musicali io mi son trovato terrorizzato all’idea di dover scrivere i testi… perché era dal 2004 (dall’esperienza con gli El Muniria) che non scrivevo testi… e pensavo anche io adesso li illudo e poi a un certo punto mi svelo e dico “ragazzi, io non ce la faccio” (ride). Questa era la mia idea. Poi ho tenuto botta, e dopo i primi due testi per i quali ho recuperato un paio di frasi che c’avevo nel cassetto si è aperto qualcosa. Forse perché ho letto anche molta poesia, in realtà ho anche rubato… oltre a Lowell c’è Ferlinghetti, c’è Auden… Ad esempio per Mi piacerebbe ogni tanto averti qui mi ha folgorato una poesia di Montale (“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, una poesia dedicata alla moglie che era morta da poco). Però da un punto di vista di testi, i riferimenti sono molti. C’è anche Leonard Cohen.

14) Una curiosità: Mi piacerebbe ogni tanto averti qui è dedicata a tuo padre, vero?
Sì, è su mio padre. Quello è un pezzo che veramente in sala prova l’abbiamo suonato due volte e poi siamo andati a registrarlo… in quel caso veramente, non per faciloneria, ma proprio perché ci siamo detti più lo suoniamo e più finiamo per regimentarlo e più perde di fascino. Infatti, l’abbiamo buttato giù così, dopo sole tre o quattro prove.

15) Dal punto di vista delle liriche ci sono dei “ritorni” letterari? Personaggi, luoghi?
C’è Leo, che è citato anche nei credits ne La sabbia dell’oceano che è proprio l’adattamento di una mail che lui mi spedì tempo fa quando per un periodo ha vissuto in Nuova Zelanda.. Di personaggi del mio immaginario (ride) c’è lui. Leo ritorna anche in Litio, che da un certo punto di vista può esser considerata come la Fuoco fauto dieci anni dopo.

16) In una delle canzoni più belle dell’album, Le nostre ore contate, nella quale è contenuto pure il titolo dell’album, canti “E così veniamo avanti / simili in tutto a quelli di ieri / aggrappati a un’immagine / condannata a descriverci”. Naturalmente è una provocazione, ma è una definizione che si può accostare anche ai Massimo Volume come se il tempo non fosse mai passato, oppure dal 1999 ad oggi la band sia evoluta?
Il pezzo parla del mio rapporto con Manuel Agnelli. Però spero che possa anche venir letta in maniera più universale. Parlando con lui è venuto fuori che entrambi abbiamo sentito questo peso. Da una parte dell’immagine pubblica, nel suo caso molto più pressante di quello che mi riguarda, la mia immagine pubblica è molto più limitata della sua. Però in qualche maniera è anche – senza spiegare troppo il testo – qualcosa che ci ha salvato e che ci tiene lì… C’è da una parte un debito nei confronti di questa immagine che noi ci siamo costruiti e che in parte non ci appartiene più e in parte non ci è mai appartenuta. Dall’altra c’è invece una forma di rigetto anche. In realtà non lo sa nessuno che la canzone parla di Manuel, se non lui a cui ho fatto sentire il pezzo.

17) Da che nasce il titolo Cattive abitudini?
Il titolo del disco è sempre il frutto di una serie di mediazioni per cui suoni bene, sia suggestivo, che in qualche maniera racchiuda il senso dell’album. A me piace. Anche perché credo che molti dei personaggi racchiusi nell’album siano affetti da cattive abitudini. È anche una definizione abbastanza aperta che riguarda sia una persona che si rinchiude dentro casa e non esce più, che affronta la vita con le tapparelle abbassate, o può essere molto più banale circa gli eccessi. Alla fine si cerca di convivere sempre con le proprie cattive abitudini, che alle volte diventano anche qualcosa che caratterizza il proprio stile, qualcosa che serve anche a trovare il momento di creatività. C’è un’ambiguità di fondo che alla fine la trovo accattivante. Poi non sapevo che esisteva anche un gruppo punk che si chiama Cattive abitudini (ride di gusto) (ex Peter Punk).

18) C’è una canzone del nuovo album che ti sta a cuore particolarmente?
No, le amo tutte come i figli. Anche se in qualcuna ci trovo dei difetti… amo anche i difetti. Ho un grosso affetto verso tutte. Poi sai col tempo – se si va avanti – tra 4 o 5 anni in fase di decisione della scaletta per i concerti lì avviene una selezione naturale per cui alcuni pezzi vengono un po’ abbandonati. Però adesso che sono dei neonati li amo tutti.

 

Mare Verticale – Intervista a sten e Lex

9 luglio 2010

Ecco la mia intervista integrale a -sten- e Lex pubblicata sul Mucchio n. 660/661 di luglio/agosto 2009.

Street Art. Due firme prestigiose e pionieristiche della rivoluzione Stencil capitolina, -sten- e Lex, si raccontano conducendoci nel cuore di quel mare verticale, così “inquinato” da segni e immagini, tanto sferzante e perturbante quanto fragile e seducente.

Di Andrea Provinciali

Camminando per Roma, soprattutto nelle strade di quartieri come San Lorenzo e Pigneto, capita di restare spiazzati dinnanzi a muri pieni di poster, tag, scritte di ogni sorta e strepitosi lavori di Street Art dall’impatto emozionale e immaginifico sbalorditivo. Proprio con due degli artisti che insieme hanno “imbrattato” e firmato la maggior parte del tessuto urbano della Città Eterna ma non solo, -sten- e Lex, abbiamo deciso di approfondire il concetto di Street Art, con tutte le sue sfumature, problematiche, contraddizioni e prospettive. Un’arte imberbe che sarà riconosciuta e compresa soltanto a posteriori – come sempre, del resto -, perché ancora fin troppo circondata da disaffezione e freddezza, ma già in grado di rappresentare un elemento perturbante di non poco conto per la Società.

Chi sono -sten- e Lex?
-sten-&Lex
: Sono segni che appartengono alle pareti di Roma. Stencil e poster, pezzi di carta dipinti ed attaccati al muro. Volti che sorvegliano i passanti, i giganti della strada, a volte osservano i pedoni a volte è la gente che deve scoprirli. Sono lavori che invecchiano per strada e diventano col tempo parte di essa. Con i poster questa mutazione temporale è più visibile dato che la carta invecchia prima, ammuffisce, ingiallisce cambia come i manifesti elettorali e la cartellonistica pubblicitaria.

Quando avete iniziato a “imprimere” le vostre opere sui muri? E perché?
-sten-
: Ho iniziato dopo aver lasciato gli studi scolastici. A 18 anni me ne sono andato di casa a lavorare a Londra in un pub. Dato che mi rimaneva del tempo libero giravo per Londra e notavo che molte case ed interni domestici ma anche chiese erano decorate da stencil con trame floreali e religiose. Mi comprai all’edicola un libro per casalinghe “Stencil For Your House” e cominciai a decorare appartamenti e case dopo aver messo un annuncio su un giornale. Era il 2001 ed in quel periodo vidi le prime opere di Banksy, i ratti.
Lex
: Ho iniziato a 22 anni quando ero all’Università di Parigi in Erasmus. In quel periodo frequentavo amici che avevano degli atelier a Belleville, alcuni di loro dipingevano tele e pareti e decoravano oggetti usando gli stencil. Così imparai anch’io. Al mio ritorno a Roma iniziai a dipingere e, finita l’Università, a viaggiare. Nel 2001 incontrai in una stradina del centro di Roma -sten- e da lì iniziammo a dipingere insieme, ormai era diventata una necessità per entrambi imprimere le nostre opere sui muri della Capitale.

Come era il contesto italiano, o più specificamente romano, della street art quando avete iniziato?
-sten-&Lex: Nel 2001 il concetto di Street Art almeno in Italia non era ancora in uso quindi non avevamo molta coscienza di quello che facevamo. Nello stesso periodo a Roma c’erano gli stikers realizzati a stencil dei TTS JbRock, Diamond e Lucamaleonte, adesivi e stencil di Pane e gli stencil del Power Puff Girls. Il fenomeno più importante della street art in Italia di quel periodo è stato la nascita di Studio 14 in via Trinità dei Pellegrini 14 a Roma. Messo in piedi dalla pittrice e fotografa Pax Paloscia e dal fotografo Gabriele Stabile, di lì a poco grazie a Laura Lombardi lo studio si è aperto alla street art internazionale quando il fenomeno non aveva ancora il rilievo che ha oggi. Lì lavoravano gli stessi TTS e da lì sono passati street artist molto importanti oggi come Pisa 73, Evol, Ephameron, Logan Hicks, Lister, Mack Plackt, Jr, Abbominevole, Chris Stain e molti altri. Abbiamo avuto la fortuna di entrare in contatto con lo studio e di conoscere alcuni tra gli artisti che sarebbero poi diventati i più importanti street artists della scena mondiale. Il tutto a Roma.

Siete sempre stati interessati alla street art o è una cosa nata per caso?
-sten-&Lex
: No, prima non sapevamo cosa fosse perché non esisteva il concetto “street art”, non c’era materiale fotografico sul web. Il sito più importante di street art, WOOSTER COLLECTIVE (www.woostercollective.com) fu fondato proprio nel 2001. Sempre in quel periodo nasce il portale di stencil più importante in assoluto: Stencil Revolution www.stencilrevolution.com . La street art italiana nasce a Milano e non a caso nella lista degli artisti di Wooster Collective, immutata dalla fondazione del sito, appaiono solo nomi di artisti Milanesi come Abbominevole, Microbo e Bo130, Tv boy. Lo “Stencil graffiti” italiano, come lo intende lo scrittore inglese Tristan Manco, nasce in Italia nel 2001 con i nostri lavori.

foto di Franco Mapelli

Da che cosa derivano i nomi -sten- e Lex?
-sten-&Lex: Sono i diminutivi di Stephan e Alex, sono i nostri nomi di battesimo.

Come mai l’anonimato?
Lex: Per ragioni legali, per attitudine, per strategia di mercato. Sicuramente l’anonimato è un modo per far attirare l’attenzione su di sé. Pochi dei rappresentanti della street art, soprattutto in Italia, hanno mantenuto l’anonimato, si sono tolti la maschera e secondo me hanno perso la loro identità. Non a caso Blu, il più grande street artist di oggi, custodisce gelosamente la propria identità. Ogni persona ha un’idea diversa di chi siano Sten e Lex. La scoperta del mago di Oz è una delusione.

Che significa stencil?
-sten-&Lex: Significa stampo, matrice. È una tecnica di stampa artigianale e molto semplice da realizzare. Consiste nel ritagliare alcune sezioni della superficie del materiale scelto (ad esempio un foglio di carta) per formare il negativo dell’immagine che si vuole creare. Applicando della vernice sulla matrice, la forma ritagliata verrà impressionata sulla superficie, e il colore passerà solo attraverso le parti ritagliate.

Qual è la differenza tra stencil e graffitismo tradizionale?
-sten-&Lex: Lo stencil rientra nel graffitismo perché con graffito si intende qualsiasi segno si faccia sul muro a partire dai graffiti preistorici. Esiste piuttosto la differenza tra writing e street art: in modo molto generico il primo è lettere, il secondo è figura, ma questo non è sempre vero dato che la street art non ha codici e confini ancora delineati.

Come mai avete scelto proprio lo stencil?
-sten-&Lex: Per fare uno stencil non devi essere per forza un abile disegnatore, è più importante ricalcare bene il disegno ed essere precisi nel ritagliarlo. Potenzialmente tutti possono fare bene uno stencil se seguono queste istruzioni. Noi non siamo bravi disegnatori ma grazie alle tecniche d’oggi, utilizzando un‘immagine digitale si può creare il suo sosia analogico: si può così trasformare in materia un’opera che viene costruita al computer. Saper usare la tecnica dello stencil significa essere un buon artigiano ma devi andare oltre i tecnicismi per essere un artista. C’è chi poi ha fatto della tecnica un’arte, come ad esempio Lucamaleonte, che raggiunge picchi di realismo impressionante. Lo studio della tecnica è molto importante anche per noi, tuttavia non vogliamo sentirci prigionieri delle nostre abilità e ci piacerebbe che la gente cominciasse ad apprezzare i nostri lavori per ciò che esprimono e non per quanto sono precisi o realistici. Da alcuni anni infatti la nostra produzione artistica prevede imperfezioni e incompletezze, e ultimamente dipingiamo a mano poster di grandi dimensioni, tre quattro metri d’altezza, poster sporchi in bianco e nero dove il limite tra il figurativo e l’astratto è sempre più labile.

Potete spiegarci più specificatamente la vostra personale tecnica artistica? La “Hole School”?
Lex: Nel 2002 -sten- ha introdotto a livello internazionale l’utilizzo della mezzatinta nel ritagliare lo stencil. Questa tecnica ci ha permesso di differenziarci dagli altri stenciler e ci contraddistingue ancora adesso.
-sten-: Lo stencil di solito ha la particolarità di apparire come un timbro, poche chiazze nere che formano una figura. Più avanti è nato l’utilizzo di più layers per uno stesso stencil, più scale di grigio che sovrapposte rendono la figura sempre meno stilizzata e sempre più realistica. Utilizzando un solo layer l’immagine si scompone sia in puntini, pixel che in linee recuperando l’utilizzo della mezzatinta: ho chiamato questo modo di tagliare stencil “Hole School” scherzando con l’assonanza che si ha con “Old School”.

Qual è il vostro percorso artistico? Siete sempre stati affascinati dall’arte sin da piccoli?
-sten-&Lex: L’arte ci è sempre piaciuta e ci ha sempre affascinato ma siamo senz’ombra di dubbio autodidatta, tutto quello che facciamo è frutto di una ricerca personale e di un percorso fatto lontano dalle scuole d’arte o dagli istituti di design.

Il vostro stile personale è ben riconoscibile. Quanti anni di studio e pratica ci sono dietro la vostra ricerca stilistica?
Lex: Abbiamo iniziato nel 2001 quindi si tratta di 8 anni, studiamo e pratichiamo tuttora e siamo convinti che la maturità di un’artista si raggiunga un giorno prima di morire.

Chiari sono nelle vostre opere riferimenti al cinema, all’arte sacra, a personaggi anni 60 e 70. Ci spiegate meglio queste influenze?
-sten-: Ho iniziato con i b movies e questa è una scelta che fa la maggior parte delle persone che iniziano a ritagliare gli stencil. Quindi ho iniziato ritraendo il Tenente Colombo, Dirty Harry, Il buono, il brutto, il cattivo ed il mio primo stencil per strada raffigurava la bambina de La notte dei morti viventi di Romero. Partendo da personaggi cinematografici abbastanza conosciuti ho avuto poi un graduale rigetto verso la cultura pop. Ho iniziato a fare molta ricerca sul Web, ma soprattutto a Porta Portese tra le cartoline e i quotidiani fascisti e post bellici. Mi sono appassionato in particolar modo ai ritratti dei college degli anni 60 e 70. La cosa che mi colpiva di più era il loro sguardo che non era diretto all’obiettivo, il profilo a tre/quarti e l’aria sognante di quegli studenti. Uno dei miei primi stencil raffigura una Madonna col bambino in stile bizantino, un’icona russa. Quel tipo di iconografia mi piace molto e mi piace immaginare che la gente attribuisca a quell’icona lo stesso significato che le dà quando entra in chiesa. Una volta una signora si è fatta il segno della croce davanti alla mia Madonna. Vorrei un giorno creare un santuario in un piccolo angolo di Roma. Qualcosa di autentico dove chi voglia pregare possa farlo. La cultura figurativa cristiana ha raggiunto livelli espressivi artistici che non verranno più eguagliati. Sono stato affascinato dal potere spirituale di quelle immagini sin da bambino, a Roma non si possono ignorare certe immagini.

Anche la fotografia rientra in queste influenze? Le vostre opere sembrano ispirate molto ad essa…
Lex: La fotografia è uno dei passaggi che ci ha portato a personalizzare sempre più le nostre opere. Già da tempo sentivamo l’esigenza di cercare dei soggetti da ritrarre che riuscissero ad esprimere sentimenti e il periodo di ricerca fotografica è stato importante perché ci ha permesso di sperimentare, reinterpretare, umanizzare i nostri personaggi. Finalmente ci sentivamo liberi di far provare ai nostri personaggi non-famosi dei sentimenti. È il caso del poster dei due ragazzi che si abbracciano al Pigneto, diventato poi simbolo del quartiere. I due sconosciuti si sorreggono abbracciandosi ed esprimono in maniera neo-romantica la fine di un amore, destando nel pubblico sentimenti controversi.

Infatti, le vostre opere hanno un forte impatto emotivo e un chiaro gusto pop. Come scegliete i soggetti da raffigurare? Avete dei precisi criteri di scelta? Tecnica, estetica ed emozione sembrano sempre fusi insieme…
-sten-: Come ti dicevo, ultimamente scelgo volti di colletti bianchi degli anni 70. Figure imponenti dallo sguardo serio. In alcuni casi sembrano dei volti di nobili dell’’800. E poi questi ritratti di persone incravattate ed anonime spesso con pesanti montature per occhiali, per lo più uomini anziani. Cerco di eliminare col tempo il pop dai miei lavori. La scelta di persone anonime è il primo passo per uscire dal pop. I miei ultimi lavori rasentano l’astratto ed i tratti dei volti sono poco riconoscibili, per questo motivo chi li osserva da loro nomi di persone famose e conosciute e per questo possono sembrare pop ma non lo sono anche se la tecnica della mezzatinta contribuisce anch’essa a catalogarli così.
Lex
: I soggetti che ho scelto di rappresentare negli ultimi tempi sono tutti nati da reinterpretazioni di personaggi storici: attivisti, pacifisti, rivoluzionari. Credo che quello in cui viviamo, sia un periodo storico-socio-politico-culturale molto controverso e sento sempre più la necessità di ricorrere a personaggi che hanno cambiato o almeno hanno tentato di stravolgere il corso degli eventi. A questi,ovviamente, alterno i non-famosi che sono i protagonisti indiscussi del nostro tempo.

Da dove traete l’ispirazione?
-sten-&Lex: Ci ispiriamo a tutto ciò che in qualche modo attira il nostro sguardo la domenica mattina a Porta Portese e ciò che ricorda il passato, i libri e i giornali degli anni 60-0, copertine, illustrazioni e riviste.

Che rapporto avete con le vostre opere?
-sten-&Lex: Prima ce le leviamo di torno e meglio è. Abbiamo in casa opere di altri artisti ma non le nostre, quelle si possono trovare al nostro studio a via dei Piceni 1a a Roma.

Vi è mai capitato di ripudiare alcuni vostri lavori?
-sten-&Lex: Sì capita e siamo molto critici, molte cose che abbiamo fatto in passato le disconosciamo.

Il fatto che esse possano essere cancellate o che si possano corrompere che effetto vi fa?
-sten-&Lex: Se vengono cancellate ci spiace ma è da stimolo per fare altre. Invece se i poster si rovinano e si ammuffiscono ci piace seguire il loro percorso degenerativo. Anche i quadri diventano più belli se esposti alle intemperie non in salotto ma in giardino o in terrazzo. La carta dei poster si ingiallisce, raggrinzisce e ammuffisce diventando parte del muro. Gli stencil sbiadiscono e fanno proprie le rughe del muro: questo ci piace.

Come ci avete spiegato lo stencil è uno stampo, quindi una tecnica che può riprodurre una stessa opera più volte, ma non ci sembra che voi usufruiate di questa serialità, vero?
-sten-: La serialità è un concetto che sta sempre più scomparendo tra gli stencil artists a partire da Banksy. La ripetizione è sempre più rara. È un controsenso della tecnica. La ripetizione è uno di quei concetti pop che va scomparendo.

Ritenete le vostre opere completamente assorbite dal contesto urbano?
-sten-&Lex: È molto difficile che un opera di street art diventi parte armoniosa del paesaggio urbano. Alcune volte se l’azione è del tipo “site specific” ovvero pensata per quello spazio può diventarne parte ma in generale le dimensioni delle pareti in proporzione ai poster, la cromia ed il contrasto tra il poster e le pareti, lo stesso contenuto espresso, difficilmente raggiungono un armonia. Per raggiungere questa armonia studiamo in continuazione.

Avete mai avuto la sensazione di deturpare il contesto urbano? O vi muovete sempre nel massimo rispetto per l’ambiente in cui vai ad operare?
-sten-&Lex: La nostra arte è imposta e violenta, a parte le commissioni nessuno ci chiede di fare le nostre cose sul muro. Di questo siamo consapevoli. Non abbiamo la pretesa di decorare la città. Se avessimo il rispetto della città non faremmo quello che facciamo.

Che ne pensate del recente giro di vite del Governo, con inasprimento delle sanzioni, verso chi “imbratta” la città?
-sten-&Lex: È giusto punire chi viene sorpreso con la vernice in fragrante, con una multa ed il necessario alla pulizia del muro, nulla di più. Pena di morte con medaglia al valore per chi imbratta il Colosseo. Di sicuro esistono distinzioni tra chi utilizza lo spazio urbano come supporto per far vedere le proprie opere e chi lo usa in senso vandalico ma la questione è molto difficile da discutere. Ci sono pezzi di writers che sono intoccabili ed impunibili così come opere di street art che meriterebbero l’ergastolo.

Voi avete mai avuto problemi di questo genere? Siete mai stati colti in flagrante sul luogo del reato?
-sten-&Lex: No mai.

Qual è in Italia il grado di interesse delle Istituzioni e dell’opinione pubblica verso la street art?
-sten-&Lex: Le Istituzioni culturali si stanno interessando al fenomeno, a partire da Sgarbi. Il fatto è che si tratta di un interesse generalista e milanocentrico, e anche se il Capoluogo lombardo è la città pioniere della street art l’unica forma di street art che raggiunge la piena approvazione del popolo e delle istituzioni è quella che non si piega alle istituzioni, quella di Blu e di Banksy e di pochi altri.

Che significato ha per voi il muro, la città? E soprattutto che le vostre opere non hanno cornice ma si connettono direttamente al mondo reale? C’è un messaggio dietro tutto ciò?
-sten-&Lex: Dipingendo sui muri di una città partecipi, in qualche modo alla sua evoluzione, te ne appropri e gli interventi che apporti la cambiano solo in maniera temporanea. Solo una generazione romana si ricorderà di chi furono -sten- e Lex.

Dietro a tale scelta e a quella di mettere le vostre opere a portata di tutti non si cela una sorta di denuncia sociale al sistema istituzionale? Una denuncia a quella forma d’espressione artistica diventata aristocratica, lussuosa e frigida, lontana anni luce dalla gente comune?
Lex: Di sicuro può sembrare che sia così ma siamo entrambi parte del sistema istituzionale, non siamo, a malincuore, duri e puri. La carriera espositiva ci ha fatto entrare in contatto con gallerie di una certa sensibilità verso l’artista come Love and Dissent di Roma, ed in generale le gallerie di Londra ci hanno trattato dignitosamente. Le nostre opere per strada non sono per tutti, pochi le recepiscono, solo potenzialmente sono di tutti, non è nostra intenzione aprire la testa del Popolo, noi mettiamo in strada la nostra arte senza curarci troppo dello spettatore e dell’audience.

In un’intervista hai detto che la tua arte non ha alcuna pretesa politica: “Io non mi sento di esprimere malesseri globali, esprimo il mio piccolo mondo”. Non pensi però che il personale sia già di per sé politico? Mi spiego meglio: l’anonimato, il connettere la tua arte alla vita al mondo reale, il colpire lo sguardo del passante anche solo con emozioni che scaturiscono dalle tue opere, non sono già tentativi di filtrare un messaggio che in qualche modo è “contro”? Non dico che sia diretto o volontario, dico solo che forse un messaggio di denuncia verso un mondo ipocrita, iperveloce, ingessato e consumistico passa indirettamente… soltanto il soffermarsi per strada dinnanzi a un’opera artistica significa “prendersi tempo” e per questo far riflettere: riuscire in questo, secondo me, e far uscire l’arte dal basso e metterla alla portata di tutti (ricchi, poveri, disabili, clochard, studenti, perditempo) è impresa politica. Che ne pensi?
-sten-: Credo che ci sia un nobile pensiero dietro questa domanda ma noi non protestiamo. Noi esprimiamo noi stessi davanti a tutti. E lasciamo la libera interpretazione a chi osserva che sia politica, di protesta, d’amore, di odio o speranza, non abbiamo pretese di spiegare che significato abbiano le nostre opere, una volta che entrano in strada non ci appartengono più, appartengono alla città. Quest’arte è violenta e meno democratica dell’arte dei musei per alcuni versi. Se voglio andare al museo anche gratuitamente in alcuni casi scelgo di andare al museo, se la mattina mi affaccio alla finestra e vedo uno stencil sul muro ho anche il diritto di non accettare ciò che è stato fatto.

Oltre che all’ESC Atelier occupato di Roma, recentemente abbiamo ammirato le vostre opere esposte anche alla galleria romana Love and Dissent, e un vostro quadro esposto al MADRE di Napoli. Quante e quali mostre avete fatto?
-sten-&Lex: Abbiamo partecipato a 36 mostre, tra gallerie, musei e festival. Nel 2008 abbiamo partecipato a due dei più importanti festival di street art; il Can’s Festival di Londra ( festival di stencil) organizzato da e con la partecipazione di Banksy ed il Nuart Festival di Stavanger in Norvegia. Al Can’s Festival abbiamo realizzato lo stencil di una santa accanto ad un Buddha con il collo rotto realizzato di Banksy, la coincidenza ha voluto che quei due icone religiose si trovassero l’una accanto all’altra. Al Nuart abbiamo realizzato un poster dipinto a mano di 5 metri per 17 di larghezza, una scena dell’inferno di Dante, le anime che si avviano verso la barca di Caronte, ripreso da un incisione di G.Dorè. In quell’occasione hanno partecipato i più importanti nomi della street art internazionale: Blek Le Rat (FR), Dface (UK), Nick Walker (UK), Dotmasters (UK), Word To Mother (UK), Know Hope (ISR), Graffiti Research Lab (USA), Herakut (DE), Dolk (NO), Pøbel (NO), Chris Stain (NO), Zeus (UK), Eine (UK), Jimmy Cauty (UK).

Come mai avete deciso di usare anche canali ufficiali come le mostre?
Lex: Abbiamo preso questa decisione perchè la nostra speranza è quella di poter un giorno lavorare su commissioni di enti pubblici o privati, sulle facciate dei palazzi, cercando di snaturare il meno possibile quello che facciamo.

Non pensate però che il significato originario di street art in una mostra venga capovolto se non addirittura perso?
-sten-&Lex: Sicuramente. Ultimamente ci è capitato di lavorare più per quadri che per strada. Stiamo cercando un equilibrio tra strada e galleria e non è facile. La street art è solo per strada.

Avete mai eseguito lavori su commissione?
-sten-&Lex
: Si abbiamo già dipinto su esterni ed esterni di palazzi commissionati da enti sia pubblici che privati . Realizziamo anche quadri su commissione. Rispondiamo solo su mail: osteno@gmail.com lex.street.art@gmail.com

Che ne pensate del caso Banksy e soprattutto della sua arte?
-sten-Lex: Seguiamo i lavori di Banksy dagli inizi ed ormai conosciamo bene la sua arte. In realtà nell’ultimo periodo ciò che apprezziamo di più di lui non è più il suo messaggio di satira politica obbligatoria quanto la realizzazione stilistica dei suoi stencil spesso realizzati a pennello invece che a spray ed uno stile sporco, sgocciolante, e volutamente veloce, con l’utilizzo di colori pastello.

Le vostre opere artistiche vi fanno guadagnare qualche soldo?
-sten-&Lex: A periodi alterni, è molto faticoso, Roma in particolare al contrario di Milano è molto restia a questo genere d’arte. Vive di storia e le opere esposte ovunque sono datate al massimo anni ’60. Abbiamo scelto un percorso difficile, individualista ed indipendente, bordeline in una città che spesso ci ignora. Il prezzo che paghiamo per svincolarci dai lavori comuni è alto ma è quello che ci piace fare, continueremo finché cause maggiori non ci fermeranno. Per sopravvivere facciamo quadri, interni ed esterni di palazzi e quando serve lavoriamo al bar.

Roma si presta bene alle vostre esigenze artistiche? Quali quartieri avete marchiato con le vostre opere, quali si prestano meglio agli stencil e quali vorreste marchiare?
-sten-&Lex: Roma ha dei palazzi bellissimi e rovinati che si prestano bene al nostro lavoro. Come spiegavamo è molto difficile tovare un’armonia tra un muro e ciò che andrà sopra quel muro. Noi preferiamo pareti rovinate dal tempo, i nostri lavori sono sporchi e antichi, come se stessero lì da sempre. Roma ha avuto le nostre tracce quasi per intero, sia con stencil che poster. In particolare San Lorenzo. Al Pigneto, il poster dell’abbraccio è restato sull’isola pedonale per circa tre anni , è uno dei lavori che la gente ricorda di più, un simbolo. Trastevere, il centro, i parioli, Ostiense. Sono rimaste poche tracce da quando abbiamo smesso di utilizzare lo spray, i poster hanno una durata sicuramente minore della vernice, ma in compenso possiamo dipingere grandi formati -3-4m di altezza sulla carta. A stencil formati del genere in strada sono proibitivi. Il quartiere del futuro sarà Garbatella e le città del Sud Italia sarebbero ideali per i nostri lavori, città industriali oppure città dominate in passato da diversi popoli e diversi stili architettonici e pittorici,reagiscono in maniera più positiva alla nostra arte. All’estero probabilmente l’India,il nord Africa,l’Argentina e il sud America in generale,sarebbero per noi ideali.

In quali altre città avete fatto stencil?
-sten-&Lex: A Taranto, Barile in Basilicata, Napoli, Palermo, Venezia, Parigi, Londra, Barcellona, Stavanger.

Qual è lo scopo della street art?
-sten-&Lex: Il bello della street art è che non ha regole stilistiche o contenutistiche cui riferirsi. Facendo una ricerca si potrebbero individuare dei filoni in base ai contenuti o le tecniche ma nel complesso ogni street artist è diverso dall’altro . È una forma d’arte individualista che difficilmente comprende il concetto di crew, ci sono al massimo coppie che lavorano insieme come ad esempio Microbo e Bo130 che collaborano insieme ma hanno comunque uno stile ed un universo espressivo diverso tra loro. La street art non ha uno scopo, è un macro fenomeno che non ha una direzione, è composto di nomi di singoli che esprimono ciò che vogliono e come lo vogliono.

Pensi che la cristallizzazione del vostro metodo abbia creato una sorta di scena artistica? Sto pensando a Lucamaleonte…
-sten-: Io e Lex abbiamo iniziato insieme e abbiamo seguito un percorso stilistico comune, la maggior parte degli ultimi lavori li abbiamo realizzati insieme. Lucamaleonte ha uno stile che predilige lo stencil a più livelli, multilayer. Sovrappone fino ad 11 livelli, ed i suoi stencil sono iperrealisti. Io e Lex abbiamo seguito la strada dello stencil a due colori, bianco e nero e della mezzatinta, della Hole School, Lucamaleonte la strada dello stencil a più livelli. Nonostante ciò tutti e tre abbiamo deciso di seguire strade parallele che a volte si incrociano ed a volte si allontanano. Insieme organizziamo con Giacomo Nervegna ogni anno l’International Poster Art che è stata la prima rassegna al mondo di Poster Art di strada da quel momento la rassegna è stata copiata in Italia e all’estero. Artisti da tutto il mondo ci hanno spedito i loro poster e noi li abbiamo attaccati all’Esc Atelier Occupato di Roma. JR, Gaia, Abbominevole, L’Atlas, Bo130 e Microbo, Michael De Feo, Pure Evil e tanti tra i principali esponenti della street art internazionale hanno contribuito anno per anno ha far divenire l’International Poster Art uno degli eventi espositivi più importanti a livello internazionale.

Come è nata e come funziona la collaborazione con gli artisti succitati?
-sten- Abbiamo iniziato più o meno tutti e tre nello stesso periodo e con Lucamaleonte ci siamo conosciuti a Studio 14. Lucamaleonte è uno degli stencil artist più simati soprattutto per quanto riguarda la tecnica del multilayer. Siamo persone molto diverse tra noi ed il nostro equilibrio si bilancia proprio su questa diversità. Lo stare in contatto nello stesso studio è faticoso come una convivenza matrimoniale ma ci stimola e ci fa crescere giorno per giorno.Io, Lex ,Lucamaleonte condividiamo uno studio segreto in via dei Piceni 1 a San Lorenzo. Spesso collaboriamo insieme per organizzare piccole esposizioni nel nostro studio: l’ultima è stata lo mostra degli Artcock un collettivo romano molto interessante che attacca gigantografie di foto spesso rivistitando opere classiche del passato.

E dello studio aperto con Lex e lucamaleonte?
-sten-: Lo studio lo abbiamo preso da circa un anno. Ora condivide con noi lo spazio anche una pittrice Eugenia Lecca. Abbiamo dei tavoli su cui ritagliare gli stencil e delle pareti alte per dipingere sui poster, lo spazio è piccolo ma si adatta bene alle nostre esigenze. Lì vorremmo presentare periodicamente sia i nostri lavori che i lavori degli street artist che stimiamo.

Che ne pensate dell’arte, oggi?
-sten-&Lex: Molte opere delle opere contemporanee voglio sbalordire, se non sbalordisci non sei un’artista, se non sei pazzo non sei un artista, se non impicchi dei manichini non sei un’artista, se non smerdi il Papa non sei un’artista etc… sono poche le cose che ci piacciono

Ha sempre un valore sovversivo, oppure è soggiogata al potere, al lusso e al denaro?
-sten-&Lex: La sovversione è un mezzo per arrivare prima al danaro quindi la maggior parte degli artisti sono sovversivi, è diventata una strategia di mercato dove non è più possibile capire chi sovverte per un credo e chi lo fa per denaro.

La street art è cambiate in tutti questi anni? Come? Quale sarà la sua evoluzione? Riuscirà a sbarazzarsi dei pregiudizi?
-sten-&Lex: La street art è appena nata e non si sa che piega prenderà. Per ora ci sono artisti contemporanei come Blu, Banksy e JR che iniziano ad essere considerati gli artisti del contemporaneo. Per strada troveremo sempre più figure ed immagini e sempre meno lettere. Nei musei e nelle gallerie sempre più opere di street art. L’evoluzione è monitorata giorno per giorno su Wooster Collective. Per quanto ci riguarda -sten- e Lex non sono una moda, continueremo seriamente a lavorare sui muri.

Quali artisti contemporanei stimate?
-sten-&Lex: Quelli che abbiamo citato in questa intervista.

E quali invece del passato?
-sten-&Lex: Incisori e madonnari.

Quale pensate che sia la reazione dei cittadini alle vostre opere?
-sten-&Lex: Perlopiù indifferenza ma il nostro intento non è disturbare il passante, lo scopo è l’integrazione dei nostri lavori alle pareti della città. Poi ognuno interpreta a modo suo quel che facciamo, non vogliamo dare linee guida. Qualcuno sicuramente sarà rimasto colpito da qualche nostro lavoro, qualcuno non avrà capito il senso di quel che facciamo, qualcuno è indifferente, non abbiamo un controllo sul nostro pubblico.

Quali progetti avete in cantiere?
-sten-&Lex: In cantiere c’è la voglia di continuare su questa strada, di continuare a sperimentare la tecnica dello stencil e dei dipinti su poster, la continua ricerca di ritratti. Viaggeremo molto alla ricerca di luoghi abbandonati dove dipingere.

Lo stencil per sua natura è quasi la negazione della mercificazione dell’arte: è cancellabile, corruttibile e vulnerabile all’aggressione degli elementi naturali. Che sensazione vi provoca ciò?
-sten-&Lex: I nostri lavori sono pensati in base a queste condizioni, devono deteriorarsi, invecchiare scomparire, sono tracce che vivono per morire necessariamente. Siamo consapevoli della loro durata e quindi non ci turba vederli mutare o scomparire.

Che sensazione vi provoca fare stencil?
-sten-&Lex: È sempre una sorpresa perché dopo aver ritagliato non facciamo mai prove. Di sicuro è un lavoro che comporta concentrazione,precisione e attenzione,faticoso ma allo stesso tempo divertente. È l’unica cosa che vogliamo fare da grandi.

Proprio questa sua inevitabile precarietà, questa fragilità e debolezza, unita alla sua urgenza comunicativa, ancestrale e primigenia e al suo spirito libero, anarchico e anticanonico, rende oggi la street art un fenomeno elusivo, imperscrutabile e seducente e per questo innovativo. Tutto ciò, però, ne rappresenta simultaneamente la sua croce e la sua delizia.Ma io lascio che le cose passino e si sfiorino / Perché non sono in grado di comprenderle / Essere deboli in un mare verticale […] E improvvisamente ritornare primitivi”, così cantava Paolo Benvegnù ne Il mare verticale. Chissà che non si sia ispirato a un’opera di -sten- e Lex.


Santo subito

5 febbraio 2010

Copertina

Don Zauker è tornato. E l’ha fatto in grande stile. Un elegante e grande formato racchiude Santo subito, che non è un’antologia ma una vera e propria storia di più ampio respiro totalmente autoprodotta. Siamo riusciti a parlarne con i due creatori in una circostanza davvero poco raccomandabile e irripetibile.
di Andrea Provinciali

Daniele Caluri & Emiliano Pagani

Dopo circa un anno ho l’occasione di incontrare nuovamente in carne ed ossa il prete più “sopra le righe”, in tutti i sensi, della storia della Chiesa. Don Zauker mi ha telefonato un giorno, e tra una bestemmia e l’altra mi ha dato appuntamento nientedimeno che nella sede della gloriosa Radio Maria dicendomi di tenermi pronto al miracolo. Ovvero, che mi avrebbe messo in contatto radio con i suoi due demiurghi Daniele Caluri ed Emiliano Pagani per intervistarli circa la loro ultima creazione autoprodotta Santo subito (pp. 46, euro 12), la quale racconta come sia nato e proliferato il mito di Don Zauker. Lasciandomi ingenuamente persuadere dalle sue parole, mi presento nell’ora (3.33 AM) e nel giorno (8 dicembre, Immacolata concezione) concordati nella santissima sede della radio. Suono e a ricevermi è subito la sua voce alcolizzata che mi indica la strada per raggiungerlo in cabina. Dentro è tutto deserto: niente tecnici, né segretarie, né uomini della sicurezza. Strano, penso. E infatti voltandomi verso le segreteria, dietro la vetrata vedo una decina di persone, tra uomini e donne, tutte legate, imbavagliate e seminude con tanto di bottiglie di vodka, cilum, frustini e falli di lattice sparsi per terra. Oddìo. Don Zauker mi raggiunge in corridoio imprecando contro di me e continuando a ripetermi tutto eccitato “ci siamo, è il momento, cazzo facevi?”. Una volta in cabina preme un bottone e… miracolo: le voci impastate del sonno dei due creatori sibilano in cuffia all’unisono una bestemmia inenarrabile.

Iniziamo subito da questo nuovo libro Don Zauker – Santo subito. Da cosa deriva la scelta dell’autoproduzione?
L’autoproduzione deriva da due nostre necessità, ecco. La prima riguarda il poter finalmente scrivere e sviluppare una storia di più ampio respiro rispetto a quelle composte dalle due pagine a nostra disposizione sul Vernacoliere, dove le vignette sono francobolli e gli episodi, ogni volta, sono limati e tagliati per poter entrare nello spazio che ci viene concesso. La seconda necessità – e qui parliamo da lettori di fumetti – è quella di poter proporre un prodotto diverso e, se vogliamo, unico nel panorama fumettistico italiano. Purtroppo, nel fumetto, come in altri campi della creatività la situazione italiana è nella maggior parte dei casi piuttosto stagnante. C’è pochissima innovazione e spesso si tende a cavalcare mode del momento; in altri casi non si rischia, o semplicemente tenta, di proporre niente di diverso da quello che è stato creato – con grande successo – negli anni ’70, ma che adesso è drammaticamente anacronistico. Non si può, nel 2010, leggere ancora che so, polizieschi con efferati criminali che imprecano dicendo “Maledizione!”, “Dannazione!”, invece che “Porca troia, puttana della mad…”; ci manca uno stragista che esclami “Corpo di mille balene” e siamo a posto. Non si capisce perché il controllo del linguaggio debba imporsi solo per il fumetto; perché può essere letto dagli adolescenti? Oh, piccoli. Se le anime pie del MOIGE o di altre associazioni di strusciamuri s’immaginassero come parlano, cosa fanno, chi siano davvero i loro cherubini di 12-13 anni, ci sarebbe di che farsi due sane risate. Si badi bene, l’apatia del fumetto italiano non dipende da una mera questione di linguaggio e basta: nella maggior parte dei fumetti italiani non ci sono riferimenti all’attualità, le storie si svolgono in una bolla temporale e, spesso, sono narrate considerando il lettore un mezzo rincoglionito. Bisogna sempre spiegare tutto, tutto deve essere chiaro e, soprattutto, nessuno alla fine deve sentirsi turbato da quello che ha letto. Per l’amor di Coso, va benissimo che ci siano storie così, di puro intrattenimento, facile comprensione e assolutamente rispettose del gusto di tutti; quello che non va un cazzo bene è che ci sia solo questo tipo di storie. E allora, dato che noi spessissimo ci lamentiamo del fatto che non troviamo niente, o troppo poco, da leggere che assecondi i nostri gusti, abbiamo semplicemente smesso di lamentarci e abbiamo deciso di farcelo da soli.
DZ: io a farmi le cose da solo mi ci sono costruito il fisico… o perlomeno l’avambraccio destro!

Quindi, proprio come scrivete sul vostro sito (www.donzauker.it), l’autoproduzione oltre ad essere una valvola di sfogo è anche una prova di rivoluzione (editoriale e culturale)?
“Rivoluzione” è un termine impegnativo. E’ indubbio però che l’uscita dalle logiche dell’editoria tradizionale ha in sé un semino rivoluzionario, e d’altronde non siamo né i primi né gli unici ad aver intrapreso questa via (con i dovuti paragoni, pensiamo perfino al Fatto quotidiano). In questo particolare momento, del resto, le condizioni sono ottimali: i costi di stampa, rispetto a qualche anno fa, sono più abbordabili, e la rete si è sviluppata a sufficienza perché possa essere sfruttata per far circolare le notizie su quel che si propone, per promuoverlo e pubblicizzarlo presso siti specializzati. E’ anche una valvola di sfogo perché le possibilità d’espressione non devono rispondere a nessuno se non a noi stessi e ai lettori (e sì, anche al Codice Penale), senza che debbano essere vagliate da redattori, editori, figure di vario tipo. Come le verdure, il miele e il pesce, è un altro esempio di prodotto a filiera corta. Magari non cambia nulla nei rapporti fra autori e editori, ma nel peggiore dei casi rappresenta comunque un’alternativa, che in ogni caso è cosa buona e giusta. Senza contare l’aspetto forse più importante: se il fumetto piace e una casa editrice – che magari non aveva avuto il coraggio di rischiare dall’inizio – si interessa a produrlo in scala maggiore e con una distribuzione capillare, a quel punto se lo prende così com’è, senza imporre limiti o modifiche.
DZ: Oppure, se vuole fare diversamente, se lo prende semplicemente nel culo!

Il contesto editoriale italiano è messo così male? Non pensate che ci siano anche realtà, seppur piccole, che cercano comunque di resistere? Sto pensando, sempre per restare in tema, al fumetto Quasi quasi mi sbattezzo edito dalla Becco Giallo.
Il fumetto italiano è messo malissimo! I grandi editori sono fermi a stilemi già collaudati, ma vecchi, perché collaudati, appunto, ai succitati 40 anni fa; in più, spesso vige la regola “squadra che vince non si cambia”, per cui se un personaggio ha funzionato, guai a modificarlo nel corso del tempo, per non turbare il lettore-ameba. Ma un discorso del genere può andar bene se si producono biscotti, non opere che dovrebbero implicare anche un minimo di creatività, innovazione e sperimentazione. E questo vale soprattutto per le serie regolari. I piccoli, per contro, avrebbero anche il coraggio e l’interesse a rischiare a proporre qualcosa di nuovo ma, spesso (sempre) queste intenzioni non vengono supportate da adeguati compensi agli autori. Non prendiamoci per il culo, per favore: l’arte, i contenuti, il messaggio, la libertà di espressione, sono tutte belle argomentazioni, ma un autore deve essere pagato il giusto. Per fare un fumetto come il nostro (46 pag.) ci vogliono circa 6 mesi di lavoro e non è accettabile pagare questi 6 mesi con l’8% sulle vendite, come propongono molti piccoli editori che, se va bene, sperano di vendere 2000 copie. Così come non è accettabile pagare delle cifre letteralmente ridicole, tentando di compensare parlando di “arte”, di “denuncia”, di “libertà” e di visibilità, cosa che fa sempre gola ad un esordiente. Questo è sfruttamento bello e buono, altro che seghe! Su Becco Giallo non sappiamo sinceramente dare un parere. Di sicuro c’è che hanno saputo riempire un buco, pubblicando fumetti che si occupassero di inchieste, di fatti reali e questo va indubbiamente a loro merito. Per quanto riguarda il lato oscuro, quello che sta dietro la facciata della casa editrice moderna, diversa e libera e cioè il trattamento riservato agli autori, beh, preferiamo non esprimerci perché non abbiamo mai avuto rapporti diretti con loro e quel che sappiamo lo abbiamo appreso solo attraverso dei, come dire… rumors, ecco.

Com’è organizzata la distribuzione di Santo subito? Si trova anche in libreria o solo sul vostro sito? E qual è il ruolo del marchio editoriale Double Shot che compare nel volume?
Santo Subito è stato presentato a LuccaComics (la partecipazione alle fiere è un’altra componente essenziale dell’autoproduzione) e la maggior parte delle copie sono state vendute durante la manifestazione lucchese. Adesso ci sono due modi per poter comperare una copia: ordinarla sul nostro sito, www.donzauker.it, dal quale verrà recapitata completa di disegno e dedica (per coloro che ne facessero richiesta) oppure, da metà dicembre in poi, in tutte le fumetterie (e alcune librerie di varia) italiane. E qui entrano in ballo i ragazzi di DoubleShot. Si tratta di un’associazione senza scopi di lucro che riconosce come unico fine quello di promuovere i fumetti che a loro giudizio meritano di essere pubblicati. Loro si occupano di tutto, dalla stampa alla distribuzione e chiedono solo, oltre ovviamente a rientrare nelle spese, a ricavare un guadagno minimo al solo scopo di riuscire a produrre nuovi fumetti. Per farla breve, mettono l’autore davanti a tutto; una vera rarità nel mondo editoriale italiano.
DZ: E sembrano pure eterosessuali e per niente spocchiosi; una vera rarità nel mondo maschile fiorentino.

È vero che avete avuto una proposta dalla Panini e che avete rinunciato? Come è andata precisamente la cosa?
Beh, messa così ci fa sembrare degli eroi e le cose non stanno esattamente in questi termini. Noi siamo due cazzoni, e quando la Panini si è fatta avanti eravamo le persone più felici di questo mondo. La nostra non è stata una scelta ideologica, ci mancherebbe. La Panini, dopo i premi vinti al Napoli Comicon, ci aveva proposto una miniserie di quattro numeri con tiratura di 40.000 copie, e noi ci siamo fatti 4 o 5 seghe a testa per la gioia di vivere in un paese meraviglioso come l’Italia, dove si mangia bene, splende sempre il sole, gli uccellini cinguettano allegramente e il Presidente del Consiglio è veramente una gran brava persona. Poi ci hanno detto anche quali erano le condizioni. I nostri toni erano un po’ troppo accesi per i Grandi Capi della casa editrice modenese. Certa satira nei confronti della Chiesa, i riferimenti ad alcuni personaggi, il linguaggio eccessivo… Insomma ci hanno chiesto di smussare parecchi angoli per far diventare l’umorismo di Don Zauker più simile a quello di Rat-Man. Ora, a noi Rat-Man piace tantissimo, ma purtroppo esiste già. E, semplicemente, non avrebbe avuto senso ammorbidire il personaggio di Don Zauker, che deve gran parte del suo successo proprio a questo suo essere sopra le righe, grottesco ed eccessivo. Per questo abbiamo rinunciato. E il ritornare coi piedi per terra ci ha provocato un grosso trauma dal quel stentiamo ancor a riprenderci. Per fortuna che il sole splende ancora, gli uccellini continuano a cinguettare i nostro Presidente del Consiglio continua ad essere una gran brava persona. Almeno secondo le cortigiane che scrivono sui suoi giornali e dirigono i vari TG 1,2,4,5,6…
DZ: Il nostro presidente è una gran brava persona e anche molto attivo nel sociale. Ha aiutato più prostitute lui che l’associazione di Don Mazzi. Ragazze tirate fuori da ambienti poco raccomandabili… e fatte entrare in televisione o al parlamento europeo.

Per la prima volta dopo molti anni a Lucca Comix abbiamo visto lo stand di Don Zauker completamente scisso da quello del Vernacoliere. Come sono i rapporti con il mensile satirico, dopo questa vostra scelta? Continuate a pubblicarci periodicamente?
Sì, continueremo a pubblicare gli episodi di Don Zauker sul Vernacoliere, che comunque ci ha sempre garantito e continua a garantirci assoluta libertà di espressione. Ma, anche per mancanza di tempo, non potremo pubblicare in maniera costante. Il Vernacoliere ha tantissimi meriti e qualche grande difetto. Quello principale è che, pur essendo un grande mensile di satira, l’unico in Italia e fra i più longevi nel mondo, non ha mai compreso davvero le potenzialità del fumetto. O meglio, lo ha sempre percepito nella sua dimensione satirica, nella paginetta o nelle due pagine al massimo, senza tuttavia approfondire i meccanismi, anche di mercato, che stanno dietro a questo medium. I rapporti, com’è facilmente immaginabile, sulle prime si sono un po’ raffreddati poi, dopo aver parlato, sembra esser tornato il sereno. D’altra parte sono più di vent’anni che collaboriamo e sarebbe stato stupido non riuscire a chiarirsi. Noi non rinneghiamo assolutamente il Vernacoliere, anzi, è proprio al mensile livornese e al suo direttore Mario Cardinali che dobbiamo tutto; quello che facciamo adesso però è un’altra cosa, e siamo curiosi di vedere dove potrà portarci. Per adesso, come da 3 anni a questa parte, stiamo girando il centro-nord per presentare e promuovere l’albo e anche per fare il nostro spettacolo “Don Zauker, testimoni dello spirito tour” che ci vede impegnati in una satira abbastanza feroce nei confronti di Santa Romana Chiesa e dei vari politici e personaggi comuni che amano appecoronarsi (come direbbe Bud Spencer) davanti a dei vecchi in gonnella.
DZ: Se ci si piega davanti ad un prete, non si osi lamentarci se poi ce lo ritroviamo nel culo! Siamo pur sempre uomini e, anche se la carne è debole, basta un po’ di Cialis e ZAC! Io, poi, sono come certe statuine…basta che mi si pigi la testa e mi sòrte fòri una fava che pare un obelisco di Karnak! figuriamosi a vedere una persona piegata davanti cosa potrà mai succedermi!

A distanza di alcuni mesi dell’uscita di Santo subito quale e come è stata la reazione dei lettori? Sempre a Lucca abbiamo notato che non è mancata la calca e la fila davanti al vostro stand, anzi. Qual è il segreto del suo successo?
La reazione dei lettori è stata a dir poco disarmante. Non ci saremmo mai aspettati delle file simili davanti ad uno stand anonimo come il nostro, senza un briciolo di pubblicità, senza una casa editrice alle spalle e sopra un misero tavolino, nella zona meno illuminata del padiglione, che dividevamo insieme ad altre 2 associazioni: Annexia e CutUp. Di questo dobbiamo ringraziare in particolar modo il nostro sito, su cui pubblichiamo pezzi di satira al ritmo di almeno un paio alla settimana. Sembra impossibile, ma tutto il lavoro oscuro (lo portiamo avanti completamente gratis, anzi, siamo noi che paghiamo) fatto in questi due anni sul sito sta pagando tantissimo in termini di promozione, e ci ha fatto uscire dal normale bacino d’utenza del Vernacoliere rappresentato dalla Toscana e regioni limitrofe. Ed è facile capire il perché: la gestione di un sito, se gradito dai lettori, porta ad una sua rapida diffusione attraverso il meccanismo dei links e del passaparola. Ed ecco che, per la prima volta, o comunque in maniera incredibilmente maggiore rispetto agli anni precedenti, allo stand di Lucca abbiamo ricevuto lettori provenienti da ogni angolo d’Italia, dalla Val d’Aosta alla Puglia, alla Sicilia, al Friuli. Tutte regioni in cui il Vernacoliere non viene distribuito. Il segreto del nostro successo? Sta tutto nella bella presenza e nella cura per ogni dettaglio del nostro aspetto, che ci ha tramutati in pochissimo tempo in due icone gay, al pari di Tom Selleck e Padre Georg. Oppure anche il fatto di aver saputo essere sempre onesti e sinceri, oltre che coerenti, con i nostri lettori. Siamo sempre e comunque noi stessi, non dobbiamo rendere conto a nessuno e non strizziamo l’occhio a nessuno e questo è un aspetto che tante persone notano e apprezzano.

Veniamo al libro in sé. Com’è stato per voi lavorare su un formato e una storia di più ampio respiro, quindi non circoscritta nelle tradizionali due tavole che da sempre hanno fatto da cornice a Don Zauker sul Vernacoliere?
E’ stata una liberazione! Io (Emiliano) ho finalmente potuto concentrarmi anche su un contorno di altri personaggi diversi da Don Zauker, ho potuto architettare una storia vera e togliermi qualche sassolino dalla scarpa. Ho finalmente potuto permettermi l’uso di campi lunghi, di giocare un po’ sulle pause e addirittura di usare una pagina intera per una singola vignetta. Ho scelto poi di raccontare la storia non secondo i canoni classici di tanta narrazione a fumetti italiana, ma azzardando una costruzione un po’ più complessa. Per questo, a tutti quelli che prendono l’albo chiediamo di leggerlo con calma e dopo averlo letto, leggerlo nuovamente. Tanti si aspettano la solita, frenetica, sequenza di battute ma non è caso di Santo Subito. Ci sono le battute, c’è una storia e c’è anche della satira ferocissima. E’ un progetto ambizioso ma, una volta che ci siamo fatti un albo da soli, abbiamo provato a farlo come piace a noi. Poi sta ai lettori giudicare se ci siamo riusciti o meno. 
Da parte mia (Daniele), invece, è come se fossi stato costretto in una gabbia e mi avessero improvvisamente dato la via. E’ chiaro che, se negli episodi di due pagine, composti in media da 15 vignette a pagina, queste sono poco più che miniature, con grande sacrificio del disegno e dell’interazione fra i personaggi. L’avere a disposizione 8 vignette a tavola, quindi praticamente la metà, mi ha dato la possibilità di giocare con un diverso taglio delle vignette e delle inquadrature, disponendone di lunghe, alte, quadrate, grandi, piccole, aperte, e che alla fine generano una costruzione della tavola molto più mossa. Oltre, ovviamente, a permettermi di scatenarmi con la “recitazione” dei personaggi, le atmosfere, gli sfondi.

 E a Don Zauker (rivolto proprio a lui) che effetto gli ha fatto vivere in spazi e tempi molto più “dilatati”?
DZ: Mi trovo perfettamente a mio agio, caro palle. Anzi, lo spazio più adatto ad accogliermi – a parte l’utero – sarebbe un bel tomo di diverse centinaia di pagine, come quei libri di merda che usano ora, tipo “Amore 14” o “Donne di cuori”, oppure quelli dei comici di Zelig, tipo “Caritas in Veritate”.

Insomma, Don Zauker fa ridere, ma soprattutto fa pensare… in questo volume oltre a esilaranti e invereconde vicende ci sono anche cupi passaggi narrativi con chiari riferimenti alla realtà, alle bieche ipocrisie cattoliche, alla speculazione “santificata”, alla malavita. Ce ne parlate?
Eh ma qui ci stai chiedendo di fare… come dicono quelli che se la tirano, spoiler?…ma so una sega, insomma, qui ci stai chiedendo di anticipare i contenuti dell’albo. E questo non possiamo (ancora) farlo, dai. Possiamo dirti che tutta la vicenda è naturalmente inventata, ma parte da presupposti reali e storicamente documentati. La cosa drammatica, come sempre, è che per quanto le vicende di Don Zauker siano davvero grottesche, c’è sempre il dubbio che non riescano ad esserlo al pari degli eventi reali, almeno per quanto ruota intorno alla Chiesa e a certi fenomeni di imbonimento delle masse. “Il sonno della ragione genera mostri”, titolava Goya. Dopo due secoli non è cambiato molto, purtroppo. Anzi, possiamo tranquillamente dire che “Il sonno della ragione genera santi”. Per maggiori informazioni, leggete la storia.
DZ (occhi al cielo): Padre, padre, perdonalo, perché non capisce una sega!

Proprio questo mix di ironia, irriverenza, pensiero critico e rimandi alla realtà e alla Storia, che da sempre contraddistingue le vicende di Don Zauker, sembra ancor più riuscito in questo grande formato trovando il suo giusto equilibrio formale e contenutistico: più sfumature, diversi livelli narrativi, cambi di ritmo. Voi che ne pensate? E soprattutto in futuro continuerete ad adottare tale formato?
DZ: ehh???
PUPPA! Sì, decisamente sì. A meno che non ci capiti qualcosa di brutto che ci trasformi improvvisamente in due merde umane, capaci di affermare con forza e convinzione l’esatto contrario di quanto hanno sempre sostenuto, senza dignità e senza provare un minimo di onesta vergogna (sì, esiste una brutta malattia che può indurre a fare queste cose, la stessa che ha colpito il povero Capezzone), possiamo dire da subito che questo albo avrà un seguito. Non sappiamo ancora dire quando, come e se sarà un’altra autoproduzione o meno. L’unica cosa che ci sentiamo di garantire è che cercheremo di farlo ancora più cattivo. E su questo non scherziamo mai, potete fidarvi.

Non temete che il volume possa esser soggetto a censura?
No. E per diversi motivi. Il primo è che si tratta di un piccolo fumetto, con una tiratura tutto sommato limitata, non certo un film, o ancora peggio una trasmissione televisiva, che arriva a milioni di persone. Solo in questi casi alcune merde immani fanno scattare la censura. Lo stesso “Quasi quasi mi sbattezzo” di cui parlavi prima ha sollevato le ire di parlamentari, adusi a frustarsi il culo col gatto a nove code, solo perché pubblicato a puntate su un quotidiano ad alta diffusione come L’Unità. Se fosse rimasto il pur ottimo albo pubblicato da Becco Giallo, non avrebbe certo fatto tutto quel polverone. Un altro motivo è che, se anche piccole tirature possono essere soggette a censura o, anche peggio, a sequestro, nel caso in cui l’opera infranga qualche articolo del Codice Penale, nel nostro caso è molto più difficile, dal momento che, pur negli eccessi delle storie di Don Zauker, abbiamo imparato ad essere sempre molto attenti a questo punto.
Ma la cosa, alla fin fine, sembra essere più subdola; ci sembra cioè che dopo anni di bombardamento mediatico da parte dei falchi di Governo – di ambo le parti, purtroppo – circa un’arbitraria “misura” entro cui esprimersi, pena la censura, pesi di più la percezione di quello che non si può fare, rispetto alle reali possibilità. In pratica, questo clima distorto porta l’autore a temere ritorsioni, e quindi ad autocensurarsi, che è ancora peggio.

Questo numero del Mucchio su cui è pubblicata l’intervista è nientedimeno che il n. 666. Come non chiedervi secondo voi quale potrebbe essere la forma più alta di esorcismo, la più totale, per estirpare il male dal mondo?
Seriamente? Pensiamo che il testo di “Imagine” dica tante cose.
DZ: Signore, ti prego, càami almeno per 5 minuti. Libera questo mondo dalle teste di cazzo e perdona coloro che sbagliano a seguire i tuoi insegnamenti, perché tanto non capiscono una sega. E voi, maledetti peccatori, abbandonate la strada sbagliata e seguitemi nel Regno dei Cieli… c’è pieno di fie!

* Purtroppo una volta finita l’intervista ci siamo accorti che Don Zauker non aveva premuto il tasto On Air. Per cui solo per voi ha deciso di inserire un messaggio occulto nel testo. Trovatelo e ripetetelo a voce alta per cento volte di fila, ciò esorcizzerà qualsiasi male alberghi nella vostra anima.


Andrea Bruno – l’intervista

17 dicembre 2009

Qui è possibile scaricare la mia intervista fatta ad Andrea Bruno circa il suo ultimo capolavoro Sabato tregua (Canicola).
L’articolo è stato pubblicato su Il Mucchio n 665 di dicembre.