Archive for the ‘Insetti’ Category

Elegiaco sballo d’amore: faces & upskirt

16 novembre 2011

Non potevo non pubblicare questo video.
Una languida carrellata malinconica di lentiggini, pupille, morbide cascate di capelli e delicatezze assortite.
Da amare.

“Face to Panty Ratio” (20011) di Richard Kern.
Musica di Thurston Moore: “Blue Eyes Shadow”

Face to Panty Ratio (2011) from Richard Kern on Vimeo.

Bugjune 003

19 novembre 2009

I primi raggi di sole cominciano a illuminare sferzanti la campagna intorno. Ogni cosa – ogni foglia, ogni insetto, ogni perla di rugiada, ogni me, ogni Glynis e tutto di noi – sembra rilucere in maniera diversa. Con altri colori, altre sfumature. Saranno i miei occhi, stanchi e guastati, ma il blu dei suoi capelli pare danzare sgranato tra il verde e il giallo, il viola e l’arancio. I suoi di occhi, verdi e saturi a dismisura, invece sembrano annusare l’aria e cogliere quel profumo di sabbia e salmastro che invade le narici.
«Voglio vedere il mare. Dai Bernadette, andiamo»
«No» la interrompo mentre inizia a scostare le spighe per aprirsi un varco in questo oceano di grano. «Aspetta. Mi devi dire…», uno starnuto improvviso frena la mia convinzione, «… mi devi dire, ora, se…», altro starnuto, «… se pensi davvero quelle cose che mi hai detto stanotte alla festa».
Silenzio. Solo il flebile canto di una cicala asseconda la sua indifferenza a occhi bassi. Conto i secondi. Tre, quattro, cinque. Dieci, undici. Quindici. Diciassette. Ventitré. Trenta. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Le sento. Ma non cadono. Restano lì, mute. Finché uno starnuto, ancora, non apre loro la via. 
«Ti prego Glynis, dimmi che non è vero, dimmi che non…» Non vedo più niente. Il mio singhiozzare è oramai isterico e sempre più contrappuntato da starnuti.
«Ehi, signorina, che fai? Basta…», Glynis mi si avvicina, mi abbraccia tenera e accarezza la mia testa gemente sulla sua spalla. «Basta, non fare così. Non ce n’è bisogno. Davvero».
«Dimmi che non è vero Glynis. Giura che non te ne andrai, giura…» Così le dico, urlando, mentre con la testa mi scosto da lei per guardarla negli occhi. Ma non vedo niente, non posso vedere niente.
«Sarò sempre con te, Bernadette. Non dimenticarlo mai». Adesso è lei a prendere le distanze e indietreggiare di un passo, tenendomi le mani sulle spalle. Poi, asciugandomi le lacrime con una balza della sua mantella nera e lisciandomi il viso, mi sussurra: «Amore mio, ricorda sempre quello che ti ho appena detto».
Afferrandomi teneramente il mento con la mano destra, declina verso l’alto la mia testa. Vuole che la guardi dritta negli occhi. Vuole rassicurarmi. Ma io non so ancora se crederle. Preferisco guardare forzatamente in basso. Altrove. «Bernadette, guardami». Ancora niente. «Guardami, perfavore». Mi fanno male gli occhi. «Ehi. Sono qui. Guardami». Desisto. Mi arrendo. E il suo sguardo mi perfora intensamente da parte a parte. Devastando la mia labile resistenza alle lacrime, che le sue parole, ora, sembrano controllarne il flusso, la gettata. Parole-diga. «Hai capito? Io sarò sempre con te.Va bene?»
Muovo lievemente la testa su e giù in verticale pronunciando un debole e tremolante «va bene», per rituffarmi con tutta me stessa dentro le sue braccia e il suo petto in cerca del suo cuore. E finalmente lo sento. Il suo tamburellare alterato e veloce. Come corresse per fuggire via. Lontano. Al galoppo. Come un treno, per l’appunto. Interstellare. Quel Galaxy Express 999, del cui cartone animato ora Glynis, ironica e affettuosa, mi sta canticchiando la sigla sulla testa. Perché sì, le sue labbra si muovono materne proprio a mezzo palmo dai miei capelli tenuti stretti dalle due codine sulla nuca.
Starnutisco tre volte, una dietro l’altra, prima che il mio pianto assuma pian piano le sembianze di un sorriso. Prima lamentoso e poi via via sempre più disteso, ma mai totalmente ilare.
Così le dico: «Sei proprio entrata nella parte, eh?».
Glynis, sorridendo, risponde: «Anche tu, a quanto pare. No? Il tuo Conan dove lo hai lasciato?».
«Il mio Conan è troppo drogato stamattina. È qui davanti a me, e crede ancora di essere Maisha di Galaxy Express con i capelli blu. Quando, invece, io so bene di non essere veramente Lana.» Tiro via gli elastici sciogliendo i miei capelli. «Vedi?» Le dico guardandola dritto negli occhi.
«Nemmeno io sono Maisha, se per questo.» Fa il gesto di togliersi il colbacco. E prontamente la fermo.
«Tu sei Maisha. E infatti te ne andrai col tuo cazzo di treno interstellare lasciandomi qui. Lasciandomi sola su questo pianeta di merda. È cosi che finirà, e tu lo sai bene.»
Passano una decina di secondi di silenzio imbarazzante in cui ci fissiamo a intermittenza. Poi abbozzo un sorriso che subito viene accolto da Glynis come salvifico. Mi prende per mano e tirandomi a sé si lascia cadere in mezzo alle spighe di grano. Stanche e affamate, ci sussurriamo sillabe d’amore negli occhi, nella bocca e sulla lingua e sui denti. Improvvisamente torno a starnutire frenetica. Mi volto sulla schiena e, mentre mi perdo con lo sguardo in questa tersa mattina splendente di blu riprendendo fiato, Glynis mi si fa sopra e, curiosando ed esplorando dentro di me con le dita, la mano e il polso, mi esplode sul collo come una stella. Un eruzione di saliva e comete è, invece, la mia reazione.
Avvinghiate inermi e sconquassate, ci meravigliamo sotto un sole oramai alto, mentre la nostra fortezza di grano è violentemente minacciata e torturata da un forte vento caldo e salino. L’ennesimo starnuto legittima Glynis a preoccuparsi di me. Fino a un certo punto, però.
«Ehi Bernadette. O hai preso un brutto raffreddore oppure sei decisamente allergica al grano.» Mi bacia sulla fronte dicendo: «Sai qual è il rimedio migliore? Un bel bagno in mare. Nientedimeno che un bel tuffo. Sì».
Fa per tirarsi su, ma io non mi sento proprio di seguirla. Voglio restare in questa accogliente dimora di spighe.
«E dai, dormigliona. Tirati su». Mi dice mentre urina accucciata a meno di un metro da me.
«Fai schifo, Glynis… Senti che puzza acida. Bleah» le dico voltandomi verso di lei, ancora rannicchiata in avanti.
«Ah sì» mi guarda con aria di sfida. «Vuoi scommettere che ti alzi?»
Non mi dà neanche il tempo di rispondere, che passandosi una mano sulla fica ancora gocciolante mi si fionda addosso con un balzo improvviso e immerge le dita nella mia bocca. 
Sghignazzando dalle risate, ad evidenziare il fatto che me ne sto piegata in avanti a sputacchiare, mi dice: «Ti sei alzata o no? Lana, colei che parla con i gabbiani» e giù risate.
«Sei una stronza Glynis. Sei una schizzata pervertita.»
Improvvisamente mi si fa incontro, baciandomi seria e voluttuosa. E mi dice: «Sai che sei la persona più speciale al mondo? Eh, lo sai? Non solo perché parli con i gabbiani».
Senza porre resistenza alcuna al suo abbraccio e ai suoi baci, continuo a ripeterle a pause irregolari, ovvero non appena la sua lingua esce dalla mia bocca: «Sei una stronza, Glynis. Sei una stronza senza cuore».
Ridiamo entrambe. Poi Glynis mi guarda complice: «Andiamo al mare, Bernadette. Che ho ancora un po’ di caramelle cosmiche».
Non faccio in tempo a darle della “drogata e viziosa senza misura”, che subito rincara la dose, la stronza: «E poi lo sai che il mio Galaxy Express mi aspetta. Devo partire, no?».
«Vaffanculo Glynis. Non scherzare su questa cosa» le dico guardandola in obliquo.
«Chiamami pure Maisha, amore mio.»
E in lontananza, trasportato dal vento, arriva il fischio stridente di un treno.

Bugjune 002

6 novembre 2009

È il baluginare di una suadente luce cinerea a ipnotizzare, ora, le mie barcollanti pupille sdoppiate, mentre Glynis farfuglia circa il “suo” treno interstellare « … e dentro c’erano specchi, lombrichi e, sospese in aria, libellule scintillanti…».
«Glynis, come si chiama quell’ultima stella della notte?», così le chiedo, voltandomi e soffiandole in faccia parole al gusto di droghe e rugiada.
I suoi occhi, puntando quel diafano confine di cielo tra il giorno e la notte, sorridono languidi: «Quella laggiù», come se la forza di gravità fosse annientata e noi potessimo stare sdraiate a faccia in giù sul cielo con tutto il peso del mondo sulle schiene, «non è una stella ma un pianeta molto triste».
Non dice il nome e non le chiedo il motivo di quella tristezza. Non voglio sapere. Davvero. Vorrei poter nuotare così leggera in mezzo all’aurora, ancora e ancora. Per sempre.
«Bernadette», sillaba il mio nome.
Improvvisamente mi sento capovolgere e trascinare con violenza indietro. Le leggi della fisica hanno ripreso il sopravvento, ancor più dispoticamente per punirci della nostra insolenza psicotropa.
«Ti prego. No», vorrei interromperla. Ma non riesco a parlare né a muovermi.
«I pianeti», continua Glynis, come se lei ancora riuscisse a galleggiare nello spazio, «non illuminano di luce propria. Riflettono soltanto quella della stella intorno alla quale orbitano».
Ecco perché. Tutto torna. Una stella può implodere. Deflagrare. E io, come un pianeta disperato, non potrei farci niente. Niente. Se non smarrirmi nell’universo e andare alla deriva. Fuori orbita. E quella sua frase sillabatami all’orecchio poche ore fa nell’assordante delirio danzante della festa in maschera e che ora mi gira e mi rigira in testa ossessivamente non fa che sancire la natura di stella di Glynis. Amore, potrò mai, io, sorprendere i miei giorni con uno sguardo obliquo, trasversale, lacerante. Privo di ogni soggettività.
Ma poi, elegantissima nella sua di nero scintillante armatura carnevalesca, si alza in piedi e, indossando nuovamente il colbacco e sistemandosi la mantella madida di rugiada sulle spalle, tende le mani invitandomi a seguirla. Solo dopo avermi aggiustato le codine sulla nuca e guardare le lacrime solcarmi le guance, senza dire una parola mi abbraccia baciandomi struggente. Mi accorgo solo adesso di avere ancora un palloncino verde con disegnata la faccia dell’Uomo Tigre legato al polso destro, perché i nostri piedi pian piano si staccano da terra fino a lambire le cime delle spighe di grano. Stiamo di nuovo provocando Newton.

Bugjune 001

28 ottobre 2009

Di’ ciao, Bernadette. Saluta le stelle. Apro gli occhi e una risacca di spilli e aghi luccicanti irrompe su un’alba ribaltata. Lei sembra sussurrare dentro un argenteo megafono di cellophan. Le parole lasciano scie sgranate color rugiada. Un riverbero chimico, sgraziato ma rilassante. Non c’è pace di questi tempi, penso. Ma l’umidità e la trascuratezza di questo verde campo di grano fanno da culla ideale ai miei arti e ai miei pensieri. Una sorta di anestesia totale dei sensi. Non sento niente. Niente. In mezzo a questo oceano di spighe, alte quasi mezzo metro. Glynis, sdraiata vicina a me – se alla mia destra o sinistra, se dentro o fuori di me, non saprei – racconta di fiabe e viaggi, di astronavi e caverne. Vocali e consonanti che come batuffoli di cotone intrisi di acetone detergono il mondo intorno. Improvvisamente il suo profumo di vaniglia e lampone sbreccia il mio scudo di organza centrando il bersaglio. Mi volto e avvicinandomi le bacio gli occhi, quegli occhi stellanti. Lei grida sottovoce che ha cuciture sul cuore, e lì desidererebbe che lenissi con la mia lingua. Mi sento come un insetto posato su un filo d’erba in giugno… Attendo giorni peggiori.