Archive for the ‘Fragori’ Category

Codeine – Incedere per sottrazione

23 gennaio 2012

Quello che segue è stato il mio primo articolo monografico di musica in assoluto. Fu pubblicato – non mi ricordo con precisione, ma un bel po’ di anni fa – su Movimenta.com.
Sono andato a ricercarlo in un vecchio hard disk non appena è uscita la notizia della reunion dei Codeine – che saranno prossimamente in concerto all’ATP – I’ll Be Your Mirror a maggio e al Primavera Sound (sia a Barcellona sia a Porto) a giugno. Appuntamenti (almeno uno di questi) imperdibili per me: con i Codeine è stato amore a primo ascolto.
All’inizio ho pensato di rimettere le mani sull’articolo, che rileggendolo con un po’ di vergogna (specialmente per la chiusa) ho trovato ingenuità ed eccessi… Ma alla fine ho deciso di lasciarlo così com’era… non avrebbe avuto senso altrimenti. Per me.

INCEDERE PER SOTTRAZIONE

 “…In a kingdom SO PURE…” *
* tratto da Gravel bed in Frigide stars

Forse i Codeine l’hanno realmente trovato quel regno così puro, o forse questo è ciò che ci piace immaginare visto il vuoto che hanno lasciato con il loro non-congedo ufficiale. Allo stesso modo in cui sono arrivati, così velocemente quanto inaspettatamente si sono smaterializzati , a dispetto di quella lentezza che invece così tanto ha caratterizzato il loro suono.
Proprio la loro musica, definita da molti come madre dello slow-core o del più persuasivo sad-core, con il suo lento incedere è sempre stata tesa proprio verso la purezza, la quale, elusiva per natura, dando l’impressione di celarsi dietro ogni accordo, ha finito invece per diventare vana utopia dipingendo tutto con tonalità drammatiche. Così il prodotto finale risulta essere quasi un ribaltamento del concetto classico di purezza: il suono non è bianco ma grigio, il cantato non è celestiale ma sofferto.
Questa innovativa band prende le mosse proprio da quel post-punk in auge nei primi anni Novanta ridefinendone canoni e coordinate: ciò che nei gruppi in voga in quegl’anni trovava scalpore nella velocità, nel ritmo, con i Codeine viene annullato, esorcizzato, sottratto. Viene così elargito spessore alla cadenza, ogni accordo risulta essere un’implosione, una deflagrazione micidiale rivolta verso l’interno, il loro è un incedere per sottrazione, non è più l’impatto immediato a essere cercato, quanto invece il dilatarsi dei confini. È il silenzio che evidenzia il rumore; è ciò che sta nel mezzo, la pausa, l’arpeggio accennato, il dilatarsi di una nota di basso, che rende gloria all’esplosione di suono a venire. Questo è ciò che viene ossessivamente ricercato dal trio. E dobbiamo ammettere, a onore del vero, che i Codeine hanno fatto centro. Ogni loro ascolto diventa dolorosa esperienza privata, che, a dispetto del nome della band (codeina: alcaloide dell’oppio), non calma i sensi, ma dona loro cupa percezione del mondo.
Con Frigid stars, nel ’91 il gruppo muove i suoi primi passi in una Chicago assordata dalle ritmiche pulsanti del post-punk e dall’eco distorto che si propaga inesorabilmente per tutto il globo dalla piovosa Seattle. Ma, grazie anche al lavoro svolto in parallelo dagli Slint, il battesimo dei nostri è tutt’altro che anonimo. Anzi proprio il contratto discografico sfuggito all’ultimo momento con la Glitterhouse, apre loro la strada alla poco più prestigiosa etichetta indipendente Sub pop, che proprio in quello stesso anno toccava il proprio apice grazie a un band chiamata Nirvana.

Ossimoro sonoro
D, la canzone che apre l’album, palesa fin da subito l’attitudine dei Codeine: tristezza, malinconia, disperazione, adottate come nuovi canoni del rock indipendente sui quali intessere veementi accordi cadenzati, sorretti soltanto da una sommessa voce dolente, fino a giungere a un crescendo sonico-rumoristico nel quale mai il cantato abbandona il suo flebile procedere. Ecco così come in questa canzone sia sintetizzata la cifra stilistica della band: combinazione micidiale di deflagrazione sonica e catatonia, aggressività ed essenzialità, dissonanza e improvvisa calma. Ovviamente non manca la dolcezza, quella componente essenziale in grado di sollevare i nostri cuori dal grigiore diffuso. Infatti una canzone come New year’s riesce a donare luce ai nostri occhi: una sorta di sbilenca ballata che scaturisce da una morbidezza del suono unica dei Codeine. Ecco qui l’ossimoro sonoro: compresenza di ruvido rumore e silenziosa morbidezza; componenti che mai abbandoneranno il suono della band, ma che anzi ogni singola canzone non può prescindere da nessuna delle due. La sesta canzone, Cave in, sancisce l’apoteosi dell’album: un sommesso cantato accompagnato solo da un essenziale arpeggio chitarristico, sono il preludio di una inquietante esplosione a venire nella quale la voce tenta di inserirsi con un tono tanto melodico quanto sofferto, anelando ad una rassegnazione serena per una mancanza irreversibile. Ma di questa canzone ciò che colpisce allo stomaco prima che al cuore è quello stop inserito a metà del ritornello, quella pausa di suono, quel silenzio creato ad arte per far si che l’eruzioni sonore seguenti risultino essere di una drammaticità e disperazione uniche, portate ancor più all’eccesso da una dilatazione rumoristica incredibile: soltanto il suono secco della batteria sembra arginare un poco quel fiume di lava creato dalle estenuanti contrazioni lancinanti di basso e chitarra.

Esistenzialismo sonoro
Nel giro di tre anni, dal ’92 al ’94, i Codeine danno alla luce due nuove creature: l’ep Barely real e l’album The white birch, entrambi sempre pubblicati dalla Sub pop. Nessuna rilevante novità è portata alla luce da questi due nuovi lavori: la cifra stilistica non viene cambiata di una virgola. L’unica importante notizia è quella dell’abbandono della band da parte del batterista Chris Brokaw, il quale entrerà in pianta stabile prima nei Come con Thalia Zedek poi nei New Year (ex Bedhead). Al suo posto viene assunto Doug Scharin, con il quale sarà registrato il secondo e ultimo album dei Codeine. Come abbiamo detto tale avvicendamento alla batteria non condurrà a nessuna rivoluzione del suono della band.
L’Ep Barely real non fa altro che confermare le ottime qualità del gruppo dopo l’eccellente esordio, ma soprattutto ne evidenzia ancor di più i tratti originali e innovativi grazie alla presenza di un brano totalmente strumentale per pianoforte intitolato W.
Nel ’94 esce The white birch. Tale album porta forse ancor più all’estremo quanto fatto con Frigid stars: qui l’inquietudine è più soffocante. Il suono raggiunge una sua propria dimensione fatta di fragilità, tormenti e collera improvvisa; per accedervi occorre predisposizione intellettuale per certo esistenzialismo sonoro. Non che manchino episodi più immediati, come l’iniziale Sea o la successiva Loss leader, ma è la sensazione che scaturisce dall’ascolto dell’intero album a essere quasi claustrofobia. Di ciò non ce ne doliamo affatto, anzi proprio questo loro disperato immaginario fa dei Codeine una delle band più originali e seminali di fine XX secolo. Ma sicuramente tale febbrile malinconia che aleggia per tutto l’album, derivante proprio dall’impossibilità dilagante di oltrepassare le barriere che l’incomunicabilità del fare artistico provoca, sgretolando ogni intima emozione, fa si che esso sia di non facile accesso. Dopo questo album, l’unico componente della band di cui abbiamo notizia è proprio l’ultimo arrivato, il batterista Doug Scharin che andrà a influenzare l’intera scena post-rock con Rex, June of ’44 e Him. Gli altri due, John Engle e Stephen Immerwhar, sembrano essersi dissoluti nello spazio e nel tempo, come proprio la loro musica cercava di fare.

Purezza sonora
Se la meta prefissatasi dai tre Codeine, quella di raggiungere la purezza sonora, non è stata possibile nel corso di questi tre lavori, data l’umana impossibilità di pervenire alla perfezione, non dobbiamo, però, credere che il loro ritiro non ufficiale sia una resa di fronte a tale inattuabilità. Bensì dobbiamo pensare, o forse così ci piace immaginare, che proprio il fatto di non ritirarsi ufficialmente ha fatto si che i Codeine siano ancora qui: forse proprio così, con il SILENZIO hanno raggiunto quel regno così puro, cui hanno sempre ricercato. Quando vogliamo ascoltare i Codeine non occorre altro che chiudere gli occhi e ascoltare quell’assenza di suoni. Ovvio che così facendo non esisterebbe più quello per cui noi viviamo: la musica. Però loro possono rappresentare a pieno diritto una bellissima eccezione alla regola… Non fosse altro per tutti i gruppi che hanno influenzato e che ancora oggi influenzano a distanza di quindici anni.
Basta chiudere gli occhi nel silenzio per accedere a quel regno così puro. Oppure ascoltare quella Atmosphere dei Joy Division, dai nostri reinterpretata per il tributo A Means To An End uscito nel 1995, per ricordarsi da dove derivava quel loro esistenzialismo sonoro che si è sciolto improvvisamente in quella muta purezza tanto agognata.

Walk – in silence
Don’t walk away – in silence…” *
* tratto da Atmosphere dei Joy Division

Discografia:
FRIGID STARS– LP/CD Sub Pop (1991)
BARELY REAL – EP/CD Sub Pop (1993)
THE WHITE BIRCH – LP/CD Sub Pop (1994)

Formazione:
John Engle: chitarra
Stephen Immerwhar: basso e voce
Chris Brokaw: batteria
Doug Scharin: batteria in The white birch

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2011: canzoni fatte di neve

13 gennaio 2012

Da pochi giorni è uscita la mia playlist con il meglio del 2011 su 74:33.
15 canzone giuste giuste per entrare in un cd.

Che potete ascoltare qui

Ma era troppa la roba rimasta fuori… per cui qua sotto ci sono ben ottantuno brani che per tutti questi trecentosessantacinque giorni hanno galleggiato intorno a me come fiocchi di neve.
In questa scelta non c’è nessuna pretesa di oggettività, il tutto è frutto di traiettorie intime e sbilenche.
Anche l’ordine è poco ragionato. Anche se il meglio (ovvero le canzoni estratte dai migliori album del 2011) casualmente si è concentrato verso l’alto.

Qui si possono ascoltare a mo’ di playlist (una dietro l’altra o skip skip skip)

CIVIL CIVIC – Mayfield
Bon Iver – Holocene
Verdena – Lei disse (Un mondo del tutto differente)
Sun Glitters – Beside Me
Kurt Vile – Jesus Fever
Girls – Alex
M83 – Wait
Real Estate – It’s Real
Crash of Rhinos – Asleep
New Animal – Nightmares of Candy Yang & The Black
Walls – Heat Haze
Stephen Malkmus & the Jicks – Stick Figures in Love
Atlas Sound – My Angel Is Broken
J Mascis – Is It Done
Explosions in the Sky – Let Me Back In
Siskiyou – Twigs And Stones
Danger Mouse & Daniele Luppi – Season’s Trees
Horrible Present – Endless summer / Winter shows up
Toro Y Moi – Got Blinded
Bill Callahan – Riding for the feeling
Martyn – Viper
Twerps – Don’t Be Surprised
Radiohead – Codex
Gazebo Penguins – Senza di te
The Dodos – Going Under
Cloud Nothings – Forget You All The Time
Gold Panda – Like Totally
The Soft Province – Lazy Minds Die
Yuck – Holing Out
My Dad vs. Yours – Hip To Hip
Work Drugs – Rad Racer
Beirut – The Rip Tide
Chris Bathgate – Poor Eliza
Iron & Wine – Rabbit Will Run
Mogwai – Letters To The Metro
Youth Lagoon – Cannons
Wilco – Black Moon
Pianos Become the Teeth – I’ll be Damned
Vetiver – Worse for wear
Ducktails – Hamilton Road
Connan Mockasin – It’s Choade My Dear
L’AMO – Di Primavera in Primavera
Emphemetry – So Long Magic Helper
Shotgun Jimmie – Suzy
Two Bicycles – Swim In The Light
Do Nascimiento – Megafono
Fink – Berlin Sunrise
Paleo – Lighthouse
Rob Crow – Prepare to Be Mined
All Tiny Creatures – An iris
Fast Animals and Slow Kids – Copernico
Alcoholic Faith Mission – Alaska
Plaid – Unbank
Fucked Up – Queen Of Hearts
L’Orso – Ottobre Come Settembre
The Field – Then It’s White
A Classic Education – Gone To Sea
Ringo Deathstarr – So High
Owen – No Place Like Home
Smith Westerns – Weekend
Tape — Dust and Light
The Babies – Run Me Over
Thurston Moore – Blood Never Lies
Raein – Nirvana
Basement – Crickets Throw Their Voice
Bobo Rondelli – Blu
Beach Fossils – What A Pleasure
Idaho – You Were A Dick
Fennesz – Seven Stars
Zomby – Natalia’s Song
Apparat – Candil De La Calle
Casa del Mirto – Fake
Golden Kanine – Back From The Woods
Male Bonding – Bones
Megafaun – Get Right
Modeselektor – Green Light Go (Feat. PVT)
Girrafage – Girl
Jacob Faurholt – Themes of a Troubled Mind
Verily So – Of Stars
Metronomy – Everything Goes My Way

Qui si possono ascoltare a mo’ di playlist (una dietro l’altra o skip skip skip)

Elegiaco sballo d’amore: faces & upskirt

16 novembre 2011

Non potevo non pubblicare questo video.
Una languida carrellata malinconica di lentiggini, pupille, morbide cascate di capelli e delicatezze assortite.
Da amare.

“Face to Panty Ratio” (20011) di Richard Kern.
Musica di Thurston Moore: “Blue Eyes Shadow”

Face to Panty Ratio (2011) from Richard Kern on Vimeo.

74:33: Washer #1 – Elliott Smith playlist

28 ottobre 2011

Come annunciato… da ottobre la mia rubrichetta “Washer” avrà cadenza mensile sul magnifico blog di playlist 74:33.

Dopo il #0 di Washer – pubblicato a luglio basato sulla “scena” italiana tutta cuore, urla, passione e nostalgia (emo? l’avete detto voi) -, ecco arrivare una playlist interamente dedicata al mai troppo amato Elliott Smith, intitolata “The Morning After“… non una celebrazione della sua morte (21 ottobre 2003), ma un omaggio alla “mattina dopo”. Lo capirete leggendo. Sì, il testo è un po’ lungo… ma le parole non bastano mai quando in sottofondo quella voce delicata strazia il cuore prima di tutto.

Washer #1 la trovate qui su 74:33 ma dopo qualche giorno dalla sua pubblicazione (22 ottobre 2008, la mattina dopo, eh) il testo lo posto anche qua.

Buon ascolto, buona lettura

Cliccare sull’immagine per ascoltare la playlist

Elliott Smith Oscar's performance

1 – Elliott Smith – Say Yes
2 – Elliott Smith – Miss Misery (Oscar’s performance)
3 – Elliott Smith – Angeles (Paranoia Park)
4 – Heatmiser – Half Right
5 – Elliott Smith – Between The Bars (Good Will Hunting)
6 – Elliott Smith – Ballad Of Big Nothing
7 – Elliott Smith – Needle In The Hay (Tenenbaums)
8 – Elliott Smith – Pretty (Ugly Before)
9 – Elliott Smith – No Name #3
10 – Elliott Smith – Everything Means Nothing To Me
11 – Elliott Smith – The White Lady Loves You More (Paranoia Park)
12 – Elliott Smith – Bled White Star Edizioni
13 – Elliott Smith – Thirteen (Big Star cover)
14 – Elliott Smith – Fond Farewell
15 – Elliott Smith – Coming Up Roses
16 – Elliott Smith – Believe (Beatles cover – American Beauty)
17 – Elliott Smith – Division Day
18 – Elliott Smith – The Biggest Lie
19 – Elliott Smith – Trouble (Cat Stevens cover, Thumbsucker)
20 – Elliott Smith – Everything Reminds Me Of Her
21 – Elliott Smith – Angeles (Good Will Hunting)
22 – Elliott Smith – New Monkey
23 – Elliott Smith – Miss Misery (Good Will Hunting)
24 – The Decemberists – Clementine (cover)
25 – Chris Garneau – Between The Bars (cover)

THE MORNING AFTER – Un omaggio a Elliott Smith
Elliott Smith
sconvolse la mia poco più che ventenne e distratta esistenza nell’estate del 1998. In un cinema all’aperto. Seduto nell’ultima fila in una notte calda, stonata e innamorata. Mi arrivò dritto al cuore.
Sul grande schermo passavano “Will Hunting – Genio ribelle“, il primo lungometraggio hollywoodiano di uno dei miei registi preferiti di sempre, Gus Van Sant. Forse proprio quell’alone mainstream e da star-system che percepivo intorno alla pellicola fece sì che la snobassi, sentendomi in qualche modo tradito, non so… fatto sta che la vidi con mesi e mesi di ritardo dalla sua uscita. Anche la notizia che un brano – scritto e cantato da un semisconosciuto cantautore indipendente – estratto dalla colonna sonora avesse lottato fino alla fine per il titolo di “Miglior Canzone” agli Oscar per poi lasciar vincere “My Heart Will Go On” interpretata da Celine Dion per “Titanic” non aiutò certo ad avvicinarmi al film. Errori di gioventù, forse.
Non avevo ancora capito una cosa fondamentale degli Anni 90 (e sì che invece l’esempio Kurt Cobain avrebbe dovuto farmi drizzare le antenne): la fama distorta e luminescente, malata e arrapante, dolorosa, perversa e vuota ma accecante e lusinghiera che per qualche arcano motivo conduceva, a loro insaputa o almeno con una consapevolezza poco lucida, alla deriva artisti per natura distanti anni luce da quel mondo fatto di riflettori e fondotinta. Che poi magari – questo non ci è dato sapere – il loro destino sarebbe stato comunque funesto e tragico. Però guardatelo Elliott Smith nella sua performance di “Miss Misery” durante la serata degli Oscar, di bianco vestito con ai piedi scarpe Prada: fuori contesto, impacciato, intimidito, pronto ad essere fagocitato da quella macchina infernale, incline già come era a una innata inadeguatezza verso il mondo che mitigava con droghe, alcol e antidepressivi.
Comunque sia quella calda sera del 1998 tutto ciò non mi interessava, anche perché non ne ero semplicemente a conoscenza, per fortuna. So solo però che “Angeles“, “Between The Bars“, “No Name #3” e “Say Yes” sconquassarono immediatamente ogni mia difesa entrandomi sottopelle. Soprattutto “Say Ye”s (estratta dal suo terzo album “Either/Or” del 1997) con quel suo incedere cantilenante come fosse una sorta di filastrocca sentimentale che nel primo e ultimo verso si apre all’amore e al mondo: “I’m in love with the world through the eyes of a girl / Who’s still around the morning after”. Unico brano nella sua intera discografia a manifestarsi chiaramente ottimistico e positivo. Qui non canta di addii, droghe, alcol, sofferenze esistenziali e pessimismi vari che caratterizzano la maggior parte delle sue canzoni e quindi la sua cifra stilistica. No, qui confessa l’amore per una ragazza, non nascondendone i problemi contingenti, ma rivelando chiaramente la speranza che tutto possa rimettersi a posto “la mattina dopo” facendo decidere a lei. “Lei”, che questa volta, per stessa ammissione dell’autore, non sembra riferirsi alla droga, la bianca “eroina”, ma a una persona in particolare.
Sicuramente a suggestionarmi contribuirono pure le immagini in movimento del regista di Portland (stessa città nella quale Steven Paul Smith – il suo vero nome – approdò quattordicenne nel 1983 e dove sbocciò artisticamente prima negli Heatmiser e poi come solista). Non c’è dubbio. Anche perché le sue canzoni con il cinema hanno sempre avuto un legame speciale, quasi come fossero fatte appositamente per essere inserite per tutta la loro durata in sequenze di film create ad hoc. Ancora Gus Van Sant pesca dal suo repertorio discografico per musicare “Paranoid Park” (sempre la struggente “Angeles” e la dolorosa e “drogata” “The White Lady loves You More“); ma prima c’era stata la bellissima versione di “Because” dei Beatles (suo amore mai celato) che Elliott Smith crea per raccontare il momento del trapasso del protagonista Kevin Spacey in “American Beauty“; poi sempre una cover, stavolta di “Trouble” di Cat Stevens fatta per il film indipendente “Thumbsucker“; ma la più riuscita è soprattutto la scena del tentato suicidio nei “Tenenbaums” che sembra sia stata girata da Wes Anderson proprio per cucirci perfettamente addosso l’indimenticabile “Needle In The Hay“. 
Ma cinema a parte, la produzione discografica di questo immenso cantautore è stata quanto mai incisiva e fondamentale per la musica indipendente e non solo proprio da metà Anni 90 fino ad oggi. La sua forza è stata proprio quella di coniugare folk e pop in maniera del tutto personale, con una sensibilità e una espressività artistiche uniche. Non solo quel modo intimo e struggente di cantare, che ha contagiato miriadi di artisti a venire (numerose sono le sue canzoni coverizzate, qui riportiamo quelle di Decemberists e Chris Garneau, tanto per citarne due), ma anche quella sua infinità capacità compositiva che ha fatto sì si rinnovasse continuamente la sua proposta musicale. Se i primi album erano quanto più di scarno si potesse immaginare – soprattutto da lì arrivano i brani più immediati e strappalacrime – è con gli album successivi alla popolarità mediatica post-Oscar che il suono si fa più complesso quasi barocco senza perdere però una stilla in immediatezza e capacità di rapire l’ascolto. Un incrocio perfetto tra il Nick Drake di “Pink Moon” e i Beatles. Un totale di sei album imprescindibili. Da mandare a memoria. Più raccolte postume varie.
Poi si sa, come lui stesso cantava in “Say Yes”, le cose molto spesso vanno male… la depressione, le droghe, l’alcol, le delusioni amorose (eh sì, Elliott Smith era sincero quando cantava). Così quando venni a sapere che il 21 ottobre 2003 il suo corpo fu trovato senza vita lacerato letalmente da due pugnalate al cuore – che si tratti di suicidio (l’ipotesi più accreditata, ma il caso giuridico sulla sua morte è ancora aperto) o meno qua poco interessa – con la mente tornai subito alla “mattina dopo” quella sera estiva del 1998 (quella dopo il cinema, sì), al desiderio con il quale mi svegliai di accaparrarmi tutti gli album di questo cantautore che aveva, metaforicamente stavolta, trapassato il mio cuore da parte a parte con melodie strazianti ma allo stesso tempo consolatorie, salvifiche. Perché sì, contavano solo le canzoni. E le canzoni sono le sole che contano anche oggi. Oggi, 22 ottobre: “la mattina dopo”. E forse aveva proprio ragione lui, quando sussurrava “invece di cadere giù, sono ancora in piedi la mattina dopo”. Non lo sentite “dire sì”? No? Provate ad ascoltare di nuovo da capo la playlist.
Non mi piacciono i memoriali legati agli anniversari delle morti. Questo è il mio omaggio ad Elliott Smith della “mattina dopo”, di tutte le mattine dopo. Sia chiaro. Buon ascolto.

74:33 Playlist on air

12 luglio 2011

Da oggi collaborerò (parteciperò, meglio) con una sgangherata ma sentita rubrichetta fissa su uno dei blog più interessanti, musicalmente parlando, del Web (esagerato? naaaaaaa).

Si chiama (il blog) 74:33 (Il primo blog di playlist come si deve) e si basa sulla compilazione giornaliera di playlist sulla durata di 74′ 33”, ovvero quella massima dei cd. Tutto qui.

La rubrichetta, invece, si chiama Washer… perché? boh, così. No, non è vero. è una sorta di omaggio all’omonima canzone degli Slint. ma voglio dire, d’altra parte già “buonanotte amore mio” lo era e sempre al medesimo brano. boh, chiamiamola continuità. Da fine settembre dovrebbe partire con una certa periodicità e dovrebbe avere lo scopo di unire un approccio critico a quello più caratteristico del blog: intimo e di pancia. qui aggiornamenti!

Qui è possibile ascoltare il #0 di Washer, completamente dedicato a tutte quelle band che ultimamente stanno declinando il Belpaese e la nostra lingua in sferragliate post-hardcore (emocore, diciamolo, ma di quello autentico) con purezza, indipendenza e un po’ di nostalgia, sì. Che ci si affeziona. è così.

Ci si affeziona

01 Gazebo Penguins – Senza di te
02 Do Nascimento – Megafono
03 Raein – Nirvana
04 Verme – Gatto gatto gatto
05 La Quiete – Giugno
06 Fine Before You Came – Fede
07 Cosmetic – Né noi né Leandro
08 Crash Of Rhinos – Asleep
09 Distanti – Ingenuità dei lettori e delle lettere
10 Altro – Ottimismo
11 Dummo – Maschera da cane

(il testo a corredo lo trovate però solo su 74:33)