Bugjune 002

È il baluginare di una suadente luce cinerea a ipnotizzare, ora, le mie barcollanti pupille sdoppiate, mentre Glynis farfuglia circa il “suo” treno interstellare « … e dentro c’erano specchi, lombrichi e, sospese in aria, libellule scintillanti…».
«Glynis, come si chiama quell’ultima stella della notte?», così le chiedo, voltandomi e soffiandole in faccia parole al gusto di droghe e rugiada.
I suoi occhi, puntando quel diafano confine di cielo tra il giorno e la notte, sorridono languidi: «Quella laggiù», come se la forza di gravità fosse annientata e noi potessimo stare sdraiate a faccia in giù sul cielo con tutto il peso del mondo sulle schiene, «non è una stella ma un pianeta molto triste».
Non dice il nome e non le chiedo il motivo di quella tristezza. Non voglio sapere. Davvero. Vorrei poter nuotare così leggera in mezzo all’aurora, ancora e ancora. Per sempre.
«Bernadette», sillaba il mio nome.
Improvvisamente mi sento capovolgere e trascinare con violenza indietro. Le leggi della fisica hanno ripreso il sopravvento, ancor più dispoticamente per punirci della nostra insolenza psicotropa.
«Ti prego. No», vorrei interromperla. Ma non riesco a parlare né a muovermi.
«I pianeti», continua Glynis, come se lei ancora riuscisse a galleggiare nello spazio, «non illuminano di luce propria. Riflettono soltanto quella della stella intorno alla quale orbitano».
Ecco perché. Tutto torna. Una stella può implodere. Deflagrare. E io, come un pianeta disperato, non potrei farci niente. Niente. Se non smarrirmi nell’universo e andare alla deriva. Fuori orbita. E quella sua frase sillabatami all’orecchio poche ore fa nell’assordante delirio danzante della festa in maschera e che ora mi gira e mi rigira in testa ossessivamente non fa che sancire la natura di stella di Glynis. Amore, potrò mai, io, sorprendere i miei giorni con uno sguardo obliquo, trasversale, lacerante. Privo di ogni soggettività.
Ma poi, elegantissima nella sua di nero scintillante armatura carnevalesca, si alza in piedi e, indossando nuovamente il colbacco e sistemandosi la mantella madida di rugiada sulle spalle, tende le mani invitandomi a seguirla. Solo dopo avermi aggiustato le codine sulla nuca e guardare le lacrime solcarmi le guance, senza dire una parola mi abbraccia baciandomi struggente. Mi accorgo solo adesso di avere ancora un palloncino verde con disegnata la faccia dell’Uomo Tigre legato al polso destro, perché i nostri piedi pian piano si staccano da terra fino a lambire le cime delle spighe di grano. Stiamo di nuovo provocando Newton.

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Una Risposta to “Bugjune 002”

  1. polifemA Says:

    bella merda complimenti

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